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martedì 2 aprile 2019

L'Oratorio di san Martino e la Confraternita del SS. Sacramento


Si trova alla fine di via Fondobanchetto, poco prima di incrociarsi con via Coperta.
Nella seconda metà del secolo scorso ospitava un'autorimessa.
Leggiamo nelle Memorie istoriche di Giuseppe Antenore Scalabrini:

Nella contigua strada vedesi la Chiesa di San Martino prima antica Parrocchiale, oggidì Oratorio della Compagnia del Santissimo Sagramento, e già fin dell'Anno 1574 eretta nella Chiesa Parrocchiale di San Tommaso, aggregata alla Confraternità della Minerva di Roma l'anno 1512, che veste sacco di tela bianco con cingersi di cordon rosso. Questa come sopra si disse Parrocchiale, era delle ragioni della Badia di San Bartolo de' Monaci di San Benedetto, fuori di Ferrara fin dell'Anno 1300, e prima della Badia di Santa Maria in Aula Regia fin del 954. Fu soppressa in essa la Cura delle Anime dal Card. Carlo Pio vescovo di Ferrara l'anno 1656, dopo la morte del Reverendo Marco Bianchi suo Rettore, per le poche sue rendite, ed alla Parrocchia di San Pietro raccomandata, qual Rettore d'intitola di San Pietro, e San Martino.

Fin qui lo Scalabrini, che scrive nel Settecento. Di poco anteriore l'opera di Carlo Brisighella, che riporta dettagli sulle decorazioni presenti all'epoca:

La Madonna della Concezione, che sotto la prima nave alla destra sopra d'un altare si vede è opera delle migliori di Domenica Mona, il quale dipinse ancora li Misteri del Rosario e gli Evangelisti che ivi intorno si veggono.
All'incontro il S. Martino a cavallo, che divide il mantello col povero è dipinto da Niccolò Roselli. Nel quadro del coro Cesare Croma colorì S. Martino vescovo turonense, e Santa Beatrice Martire.

Abbiamo cercato notizie di queste opere nella ricostruzione dell'"Indice ragionato" del Baruffaldi (ed. Mezzetti-Mattaliano, Ferrara Cassa di Risparmio 1981); purtroppo risultano desolatamente disperse:

Secondo M.A. Guarini, 1621, vi fu sepolto il valente architetto di Papa Paolo III, Giacomo Meleghini. La Concezione della Vergine del Bastarolo completata da Domenico Mona con i quindici Misteri del Rosario, dal Frizzi e dal Barotti attribuita interamente al Mona, il Cittadella la crede del Mona con l'assistenza del Bastarolo, dispersa; San Martino e Santa Beatrice martire dipinto di Cesare Cromer, disperso; i quindici Misteri del Rosario di Domenico Mona a contorno della Concezione del Bastarolo, dispersi; Il Santo Titolare (San Martino) del Parolini sull'altare in sostituzione di quello del Roselli, disperso, San Martino pala d'altare del Roselli, sostituita in seguito da un dipinto di Jacopo Parolini, forse identificabile con il dipinto dello stesso soggetto ugualmente del Roselli che la nota del Boschini a p. 410 del vol. I indica nella sagrestia di San Paolo. Attualmente il dipinto è posto nella cappella del Carmine a destra. G. Frabetti non la considera opera del Roselli ma di Gerolamo d'Alemagna.

martedì 26 marzo 2019

Il perduto monastero di Sant'Agostino


Nel 2005 per i tipi di Cartografica Artigiana esce un piacevolissimo libretto curato da Claudio Giovannini, teso a recuperare quanto rimane della Ferrara descritta nell'alzato di Andrea Bolzoni. Il libro si intitola Alla ricerca delle 103  chiese, monasteri, oratori esistenti in Ferrara nell'anno 1782. Riportiamo la notizia che riguarda il monastero, oggi scomparso, di Sant'Agostino:

«Di detto Monastero, fondato nel 1425, non resta che parte del muro di cinta, in cui è ben visibile la sagoma del portone (murato) che dava all'interno della proprietà del Convento, presumibilmente nel cortile posteriore. I fabbricati prospicienti via Coperta richiamano ancor oggi la conformazione del monastero, sebbene la pianta del Bolzoni segnali la Chiesa con entrata da questa via; il grande giardino che invece guarda via C. Mayr ricorda gli orti ed i giardini una volta certamente parte del complesso monastico»

La Chiesa era stata consacrata il 12 marzo 1444 dal beato Giovanni da Tossignano, ed era impreziosita da dipinti dei maggiori artisti dell'epoca. Per averne un'idea, riportiamo la descrizione tratta dalla Memorie istoriche... di Giuseppe Antenore Scalabrini


«Sant'Agostino Chiesa, e Monastero di Monache dell'Ordine di esso Santo, fondato dall'Alise Figlia di Giovanni dal Gallo cittadino ferrarese l'anno 1425, che con quindeci sue compagne nel pontificato di Martino V qui si ritirò. Ad esse furono unite le monache di santa Barnaba [sic], che già erano fuori della Città, dove di presente si trova la Chiesa, e Convento della Croce dei Minimi di S. Francesco da Paola l'anno 1292.
[...]
Adorna questa Chiesa esteriore la soffitta dipinta col Battesimo di Sant'Agostino da Carlo Bononi, benchè da alcuni creduta del Chenda, l'Ornato a fresco è di Francesco Ferrari
Sopra l'Altar Maggiore è la Santissima Annunziata magnificamente dipinta da Sebastiano Filippi detto Bastianino, gli Ornati sul muro sono del Signor Massimino Baseggio, e le Figure del Signore Giovanni Battista Ettori. 
La Tela dell'Altare di Sant'Agostino e San Niccola fu dipinta da Francesco Ferrari. Quella della Beata Vergine con San Gelasio Papa la dipinse Giacomo Parolini, lavoro ammirato molto dalli forastieri, inciso diligentemente dal celebre nostro Andrea Bulzoni
Nella Chiesa interiore hanno una suberba tavola dipinta dal Dosso col Crocefisso, San Giovanni, Sant'Agostino, ed altri Santi, che sgrossato fu rimesso dal signore Francesco Pellegrini con maestria»

nota: "Alise di Giovanni dal Gallo" sarebbe la Ailisia di Baldo che ebbe ruolo nodale nella vicenda ferrarese di santa Caterina Vegri e della nascita del Corpus Domini. Se ne parla qui.

venerdì 7 dicembre 2018

La Chiesa del Gesù


Don Armando Blanzieri, parroco al Gesù dal 1979, ha pubblicato nel '91 questo elegante volumetto denso di informazioni sulla storia e l'architettura della chiesa di via Borgoleoni. Ne leggiamo la prima pagina, invitando quanti volessero approfondire a farlo presso la Biblioteca; qui gli orari di apertura.

"La Chiesa del Gesù è tra le più belle di Ferrara. Vi pose la prima pietra il 3 novembre 1570 il Cardinale Luigi d'Este, e fu terminata nel 1580. Era Vescovo Alfonso Rossetti e duca di Ferrara Alfonso II d'Este. Fu costruita per i padri della Compagnia di Gesù che si erano stabiliti a Ferrara nel 1551, ancora vivente il fondatore S. Ignazio. Contribuirono alle spese il duca, la moglie Barbara d'Austria, figlia dell'Imperatore Ferdinando I, e Maria Frassoni, vedova di Lanfranco del Gesso, da S. Ignazio ritenuta la «prima fondatrice» dell'opera dei gesuiti a Ferrara. Due lapidi murate nelle lesene a destra e a sinistra dell'Altar maggiore fanno memoria dei coniugi del Gesso. Fu costruita nel luogo dell'Oratorio chiamato «Casa delle zitelle». La Chiesa fu consacrata il 21 novembre 1599 dal vescovo Giovanni Fontana e dedicata, come voleva S. Ignazio, al Nome di Gesù. I documenti pubblicati dal padre P. Pirri dimostrano che il progetto della Chiesa del Gesù è di Giovanni Tristani e non come si è creduto in passato, sulla base delle testimonianze del 1600, di A. Schiatti. Probabilmente lo Schiatti curò l'esecuzione dei lavori e introdusse, forse nella facciata, qualche variante. 
Di stile classico, la Chiesa fu progettata ad un'unica navata con sei cappelle laterali profonde tre metri, poste sotto grandiosi archi impostati su pilastri decorati da lesene doriche. Sull'elegante cornicione che corre per tutto il perimetro della Chiesa posava un soffitto a cassettoni, dipinto dal Bastarolo e dal Dielaì. Sette finestroni rotondi la illuminano dall'alto. Un grandioso quanto maestoso arco immette nel presbiterio e nel coro costruiti in funzione del monumentale Altar maggiore. Sono questi gli elementi originali che rivelano i caratteri peculiari dello stile architettonico del gesuita G. Tristani. Nel XVII sec. la Chiesa subì consistenti trasformazioni che alterarono le severe e schiette linee cinquecentesche".

Armando Blanzieri, La Chiesa del Gesù, ed. Industrie Grafiche, Ferrara 1991

lunedì 23 luglio 2018

La chiesa altomedievale di San Michele

(foto tratta da Wikipedia, ad vocem)
"È in angolo tra la vecchia Via del Turco e l'omonima Piazzetta. Si annovera tra le più antiche della città, come dimostra un documento del 969 citato dallo Scalabrini ed ebbe cura d'anime. Dipendeva dall'Abbazia di S. Bartolo fuori le mura, poi affidata ai Cistercensi di S. Maria in Aula Regia di Comacchio, e in proseguimento di tempo divenne priorato secolare. Uno dei Priori, nel 1479 la rifece quasi dalle fondamenta, e l'architetto gli diede i caratteri tipici delle nostre chiese ricostruite o ampliate nel Quattrocento. La facciata è tripartita da tre arcate cieche impostate su semplici pilastri; in ciascuna delle due laterali si apre una finestra, un tempo ogivale poi ridotta rettangolare. Nella arcata mediana è scomparso il rosone centrale; il portale rettangolare è in cotto lavorato in opera e presenta tre lievi sbalzi limitato da file di perline il più esterno, da un sottile tortiglione il secondo, da uno smusso arrotondato il più interno. Questo portale è l'unico di tale tipo rimastoci, se mai altri vi furono".
da Gualtiero Medri, Chiese di Ferrara nella cerchia antica, Bologna, Mignani 1967


"[San Michele], che esisteva già avanti il Mille, ebbe dipendenza dall'abbazia di San Bortolo fuori le mura e fu affidata ai Cistercensi di Santa Maria in Aula Regia di Comacchio. Ebbe titolo di Priorato. Nel XVI secolo fu chiesa di giuspatronato laicale della famiglia Canani che le assicurò vita tranquilla fino a quando con Guglielmo, morto il 18 aprile 1767, la famiglia dei Canani si estinse"
da Raffaele Patitucci d'Alifera Patitario, San Giuliano in Ferrara chiesa dei giornalisti, Bologna, Tipolito TEG 1979

Entrambe le opere fanno parte del fondo locale della Biblioteca, e sono consultabili solo in sede.

lunedì 16 luglio 2018

Flos Carmeli



Oggi si festeggia la Madonna del Carmelo. In città era possibile omaggiarla presso la chiesa di San Paolo, oggi purtroppo chiusa; il suo culto è altresì praticato nella chiesa di San Girolamo dei carmelitani, in via Savonarola.
Della prima, Carlo Brisighella racconta: "S. Paolo addimandato S. Polo dopo ruinato dal gran terremoto del 1570, venne nuovamente riedificato dai fondamenti dalli PP. Osservanti Carmelitani col disegno d'Alberto Schiatti architetto ferrarese, ponendovi Alfonso II d'Este la prima pietra fondamentale a' 18 ottobre del 1575 soggiacendo alla cura delle anime esercitata da uno di que' religiosi Carmelitani della Congregazione di Mantova, che oggidì vi abitano".
Alla Madonna del Carmelo è dedicata la cappella del transetto sinistro, affrescata da Giacomo Parolini.
Della chiesa di San Girolamo, sempre nella Descrizione delle pitture e sculture della città di Ferrara, edita a stampa per la prima volta nel 1990 per la cura di Maria Angela Novelli, ediz. Spazio Libri, il Brisighella dice: "Il B. Giovanni da Tossignano frate gesuato, il quale fu vescovo di Ferrara, dell'anno 1428 edificò un oratorio volto a settentrione, questo venne dopo dal P. Fra Paolo Morigi del detto ordine convertito in una pubblica chiesa dedicata al massimo Dottor S. Girolamo. Ma soppressa poi questa religione per giusti motivi dal Sommo Pontefice Clemente IX l'anno 1668, fu conceduta alli PP. Carmelitani di S. Teresa l'anno 1671 li quali di presente la custodiscono, ed abitano nel contiguo convento, avendone di già principiata ad edificare una maggiore in altro sito".
L'opera del Brisighella nella accurata versione di Maria Angela Novelli non è accessibile al prestito esterno ma consultabile presso la nostra sede negli orari e alle norme di regolamento.

martedì 3 luglio 2018

Barbara d'Austria

Chiesa del Gesù, mausoleo a Barbara d'Austria, foto tratta da Wikipedia
Continuando la tradizione che vuole le duchesse estensi molto devote alle chiese della città, Barbara d'Austria penultima duchessa legittima di Ferrara volle essere inumata nella chiesa del Gesù. Profondamente religiosa, Barbara era figlia di Ferdinando I e di Anna di Boemia, quarta di sei sorelle. Nel 1565 sposò Alfonso II che era alla disperata ricerca di un erede per tentare di trattenere Ferrara agli Estensi; neppure questa unione si rivelò fertile (in precedenza Alfonso aveva già sposato Lucrezia Medici, dopo la morte di Barbara ritenterà con Margherita Gonzaga, senza successo).
Sebbene di sangue imperiale, da subito si offrì alla città con atteggiamento per nulla altezzoso e seppe conquistarsi in breve l'affetto del marito, della corte e del popolo tutto. L'ambasciatore veneto Contarini, descrivendo l'atteggiamento dei ferraresi verso le loro duchesse disse che «di niuna si erano contentati come di questa». All'esatto opposto della suocera, l'altera Renata, Barbara aveva subito adottato le usanze ferraresi e studiato l'italiano. La sua corte si era ben amalgamata con quella estense, ed ebbe ottimi rapporti con le cognate. Non conobbe mai di persona la suocera, perchè già ripartita per la Francia, tuttavia sono attestati rapporti epistolari improntati al massimo rispetto e filiale osservanza: la informava degli eventi di corte firmandosi «obbedientissima figliola».
Di temperamento pio e devoto, ogni giorno assisteva a tre messe; continuativamente attenta all'assistenza di poveri e bisognosi, in seguito al devastante terremoto che squarciò Ferrara nel novembre del 1570 fondò il Conservatorio per le orfane di santa Barbara, servendosi unicamente di finanze personali; fu per questo molto amata dal popolo ferrarese. Morì di malattia polmonare a soli 33 anni; durante la malattia l'ambasciatore fiorentino Bernardo Canigiani scrisse «La città tutta motu proprio prega per la sua salute giorno e notte, sine intermissione». Alla sua morte, lo stesso riferì che «il dolore per questa perdita del signor Duca, di tutti gli stati et maxime della povertà non si potrebbe mai scrivere». Anche la suocera espresse le proprie condoglianze al figlio, inviando un biglietto nel quale definiva la nuova «donna tanto amabile, per me come una figlia amatissima».
Il mausoleo che la ricorda, attribuito a Francesco Casella, venne eseguito nel 1591, ben vent'anni dopo la morte della sfortunata duchessa, seguendo in ciò i rallentamenti della fabbrica più volte interrotta. Nel frattempo le sue spoglie mortali rimasero esposte in una semplice cassa ricoperta da un drappo di velluto nero. Il busto fu probabilmente scolpito su un calco preso sul viso della defunta; la riproduzione dei lineamenti è quindi estremamente verosimile. Ai lati, due figure allegoriche su volute di marmo rosso, di cui sono fatti anche sarcofago e basamento, mentre ancora bianchi appaiono i putti, i festoni e l'aquila estense che veglia sulla lapide.

venerdì 29 giugno 2018

Caterina Vegri e le nuove fondazioni a Ferrara e a Bologna

(foto tratta dal sito Ferrara nascosta)
-continua, i capitoli precedenti sono qui e qui-
A questo punto, siamo nel 1431, le sorti del nascente monastero del Corpus Domini vengono a cuore alla nobile Verde dei Pio da Carpi, la cui sorella, Taddea, aveva professato al monastero delle clarisse di Mantova. Dunque alla fondazione ferrarese concorrono anche altre monache provenienti dal Santa Paola, apportando così quelle istanze di riforma anche al monastero di Ferrara e successivamente di Bologna, anch'esso fondato e diretto da Caterina Vegri.
La definitiva sistemazione del monastero pare coincidere con il raggiungimento di una matura serenità interiore; Caterina, schiva di cariche onorifiche, fu a lungo preposta al forno, ma ricoprì pure l'ufficio di maestra delle novizie.
Fra il 1455 e il 1456, nel quadro della creazione di nuove istituzioni monastiche nell'Italia settentrionale, venne deciso che Caterina avrebbe dovuto recarsi a Bologna per fondarvi una comunità di clarisse. Vi giunse nel luglio del 1456 accompagnata da alcune consorelle - non ne conosciamo il numero, che varia da quindici a venti a seconda dei biografi - e dalla madre. La comunità si stabilì nel monastero che fu poi detto del Corpus Domini. Caterina venne subito nominata badessa, e in pochi anni riuscì a fare del monastero bolognese un centro particolarmente vivace di vita intellettuale e spirituale.
Speciale significato acquistò nell'itinerario mistico di Caterina l'ultimo anno della sua vita terrena: ad una grave malattia successe un temporaneo ristabilimento, che la vide quasi estraniarsi dalla vita del monastero per coltivare più pienamente il proprio rapporto personale col Cristo.
Morì, circondata dalle consorelle, il 9 marzo 1463. Da subito il suo corpo divenne oggetto di una venerazione capillare. Subito si sparse la notizia di miracoli compiuti grazie alla sua intercessione; prodigiosa apparve la incorruzione del suo corpo. Il culto crebbe nel tempo ed occupò largo spazio nella Bologna del Cinque-Seicento. La concessione dell'ufficio e della messa propri sono del 1524; del 1592 è l'iscrizione al martirologio, ma il processo di canonizzazione, iniziato nel 1646, si concluse solo nel 1712. Suo giorno commemorativo è il 9 di marzo.

Bibliografia essenziale reperibile presso la Biblioteca:
*Illuminata Bembo, Lo specchio di illuminazione, Firenze Sismel 2001
*Caterina Vigri, la santa e la città, a c. di Claudio Leonardi, Firenze Sismel 2004
*Pregare con le immagini: il Breviario di Caterina Vigri, a c. di Vera Fortunati e Claudio Leonardi, Firenze Sismel 2004
*Kathleen G. Arthur, Il breviario di Santa Caterina da Bologna e l'"arte povera" clarissa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, Roma Ediz. di Storia e Letteratura 2005
e tutta la produzione di santa Caterina nelle edizioni Sismel (Rosarium; Sermoni; I dodici giardini; Le sette armi spirituali; Laude, trattati e lettere)

lunedì 18 giugno 2018

Caterina Vegri e gli inizi del Corpus Domini

(immagine tratta dal blog Regio Diciotto)

Figlia di Giovanni (secondo alcuni Bartolomeo) gentiluomo ferrarese al servizio dei marchesi d'Este, e di Benvenuta Mammolini, nobildonna bolognese, Caterina Vegri nacque a Bologna l'8 settembre 1413. Trascorse a Bologna i primi anni della sua vita (nota 1); tra il 1420 e il 1423 si trasferì con la madre a Ferrara. Dopo qualche tempo lasciò la casa paterna per andare a vivere a corte quale compagna di Margherita d'Este figlia naturale di Niccolò III. Le date più probabili oscillano tra il 1422 e il 1424 (nota 2).
Il periodo trascorso alla corte estense, allora uno dei più vivaci centri di cultura umanistica, fu decisivo per la formazione di Caterina. Essa vi acquisì una buona conoscenza del latino; imparò inoltre a scrivere in bella grafia umanistica, a dipingere, a miniare i codici, a suonare la viola. Intorno al 1426, in concomitanza con le nozze di Margherita, lasciò la corte per unirsi ad un gruppo di pie donne costituitosi in Ferrara nel 1406 per iniziativa di Bernardina Sedazzari e diretto allora da Lucia Mascheroni (nota 3).
I primi anni di vita di questa comunità furono molto travagliati, ne parlano dettagliatamente Antonio Samaritani nel suo Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione e Teodosio Lombardi nel Profilo di Caterina Vegri, al cui riassunto mi riferisco: la comunità di Bernardina Sedazzari nacque nel luogo in cui tuttora si trova il convento delle clarisse. Ma dal 1406 al 1426 non ebbe alcun rapporto con la regola di santa Chiara. In data 1 giugno 1407 il vescovo di Ferrara Pietro Boiardi rilasciò alla Sedazzari una lettera in cui si concedevano 40 giorni di indulgenza a quanti avessero contribuito alla riuscita dell'opera. Un decreto del marchese Niccolò III d'Este del 1 giugno 1413 permise alla Sedazzari e alle sue compagne ancora improfesse e non astrette a vincoli canonicali di poter acquistare beni immobili e di stipulare regolari contratti entro il limite di 500 libbre marchesane. Il 31 maggio 1419 papa Martino V autorizzò il vescovo di Bologna Niccolò Albergati ad istituire nella casa della Sedazzari una comunità sotto la regola agostiniana. Il breve papale però non ebbe seguito: le consorelle non professarono né si sottomisero alla giurisdizione del vescovo di Ferrara. Il 2 aprile 1425 la Sedazzari lasciò erede di ogni cosa la discepola prediletta suor Lucia Mascheroni; morirà poco più avanti nella stesso anno. Sotto la guida esitante e inesperta di Lucia il fragile equilibrio della comunità deflagra, le incertezze sulla via da seguire diventano più appariscenti, forse inizia a serpeggiare qualche gelosia. Una parte si coalizza attorno alla figura di Ailisia di Baldo, ostinatamente determinata a far passare la linea agostiniana; Lucia Mascheroni viene espulsa dal primitivo oratorio per iniziativa dello stesso vescovo Pietro Boiardi, ne sarà reintegrata solo nel 1426 dal consiglio marchionale (nota 4). Dopo un breve periodo di apparente tregua il dissenso riprende vigore finché, fra il 1429 ed il 1430, Ailisia e alcune suore se ne escono per attuare altrove una fondazione di agostiniane; le restanti tra cui Caterina diedero origine, nell'anno 1431, ad un monastero di clarisse osservanti intitolato al Corpus Domini, secondo la denominazione assunta fin dall'inizio dalla sede del loro ritiro (nota 5). Va forse riferito a questo periodo quel "gradissimo dolore" di cui Caterina parla nelle Sette armi spirituali.
-continua-

nota 1, sembra accertato che attorno ai dieci anni Caterina abbia ascoltato una predica di san Bernardino da Siena a San Petronio. Potrebbe essere però un calco agiografico sull'episodio di Chiara di Assisi che circa alla stessa età ascoltò per la prima volta una quaresimale di san Francesco nella piazza di San Rufino.
nota 2, la studiosa inglese Kathleen Arthur obietta che Margherita "in quanto figlia illegittima di Niccolò non poteva avere damigelle personali. Inoltre Caterina e Margherita erano coetaneee ... Caterina fu più probabilmente damigella della marchesa Parisina Malatesta, arrivata nel 1418 come seconda sposa di Niccolò II d'Este a Ferrara".
nota 3, "Nella zona di Sant'Andrea e nelle vicine di Santa Maria in Vado, San Tommaso, San Vitale rinveniremo ben presto e lì riscontreremo sino almeno alla metà del '400 numerosi centri eremitici autonomi e più tardi il nucleo più rilevante delle case per le pinzocchere che va a raggrupparsi attorno alla dimora delle oblate e degli oblati agostiniani", A. Samaritani. E' questo il nucleo più antico della città, ancora interessato dal corso del Po, nonostante sia ormai diventato ramo minore. Santa Maria "in Vado", l'antichissima basilica teatro nel 1171 del miracolo eucaristico, significa precisamente "del Guado".
nota 4, la Mascheroni si era rivolta a Niccolò III in persona per rimarcare la validità delle sue ragioni.
nota 5, Chiesa e monastero di Sant'Agostino, perduti, sorgevano nella zona tra Santa Maria in Vado e il Corpus Domini. La Chiesa, consacrata il 12 marzo 1444 dal beato Giovanni da Tossignano, era impreziosita da un'Annunciazione del Bastianino, oggi alla Pinacoteca Nazionale.

lunedì 21 maggio 2018

Ferrara e i longobardi: la Promissio carisiaca

(immagine tratta da Wikipedia)

La dominazione longobarda a Ferrara iniziò probabilmente nel 751, ad opera di Astolfo.
La prima menzione del ducatus Ferrariae data al 575 e si trova nella cosiddetta Promissio carisiaca¹, documento che attesta la donazione di Pipino alla Santa Sede dei territori sottratti ai longobardi. Il documento fa parte dei Monumenta Germaniae Historica, una serie completa di fonti per lo studio dei popoli germanici e più in generale dell'Europa, dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente al XVI secolo. Il termine qui usato, ducatus appunto, non va inteso nell'accezione successivamente adottata di feudo governato da un duca, semplicemente comproverebbe che a quel tempo il nucleo abitato era a capo di un territorio politicamente e amministrativamente organizzato. 

In questo anno 757 Pipino obbliga Desiderio a restituire Ferrara al papa Stefano II; restituzione non definitiva in quanto nelle fase concitate seguite alla caduta del regno longobardo, Ravenna nuovamente consolida il dominio sulle città emiliane, e massimamente su Ferrara, evidente area di confine e dunque di frizione tra Roma, Ravenna e il regno. Successivamente sarà Ottone II a restituire nuovamente la città alla Santa Sede nel 967 ma la difficile dialettica tra forze imperiali e papali proseguirà ancora. Solo dopo il Mille, la Ferrara politico-amministrativa si svilupperà sulla riva opposta del Po, attorno al nuovo ceto dirigente Marchesella-Adelardi che vorrà la sua cattedrale nella zona dei "nuovi" palazzi nobiliari. Sarà il vescovo filoromano Landolfo (1101-1138) grazie all'appoggio di Guglielmo Marchesella a coagulare il ceto dirigente cittadino attorno alla costruzione della nuova cattedrale, i cui lavori prenderanno il via nel 1135.
Della successiva storia di San Giorgio detto oggi transpadano (o fuori le mura) si sa pochissimo, se non che divenne una semplice pieve transpadana; rimase ai Canonici Regolari sino al 1417 quando il marchese Niccolò III d'Este la affidò ai Benedettini di Monte Oliveto, che ricostruirono completamente sia la chiesa che il monastero. 
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¹ da Carisium, nome latino di Quierzy

venerdì 4 maggio 2018

Un nuovo crollo ferisce la Chiesa di San Domenico

(immagine tratta dal "Resto del Carlino" 4 maggio 2018)

Nei pressi dell'anniversario del sisma di sei anni fa (20 e 29 maggio 2012), la città si è svegliata con una ferita in più: il crollo di parte del tetto della chiesa di San Domenico.
Complesso sacro ricchissimo per storia e arte, fu sede dell'ordine dei domenicani fin dalla sua origine, e successivamente ospitò il Tribunale dell'Inquisizione. Al suo interno opere di Gaetano Gandolfi, Carlo Bononi, Giambettino Cignaroli, Luigi Corbi, Francesco Parolini e lo stesso Scarsellino.
Nel dicembre del 2000, la Ferrariae Decus pubblicò un numero del suo "Bollettino", il 17 precisamente, specificamente dedicato alla storia del complesso monumentale e alla presenza dell'Ordine domenicano a Ferrara.


Leggiamo dal contributo di Gianna Vancini: "In un compromesso del 21 maggio 1235 tra la badessa di S. Silvestro in Ferrara e quella di S. Andrea in Ravenna si concorda di assumere come giudice, per una causa di proprietà relativa alla valle di Bozzoletto, il priore dei domenicani di Ferrara.
Il docente di anatomia Giulio Muratori, seguendo il Frizzi, addirittura parla di domenicani a Ferrara quando S. Domenico era ancora in vita. Con certezza era da poco morto a Bologna il castigliano Domenico di Guzman (1221) quando i domenicani nella prima metà del XIII secolo si stabilirono a Ferrara dove costruirono una piccola chiesa, in cui cominciarono a seppellire i loro morti dal 1252.
La tradizione riferisce che la prima chiesa dedicata al grande Santo, per interessamento della nobile famiglia Giocoli e a spese della comunità, venne costruita nel luogo in cui sorgeva la casa di un ortolano, nelle vicinanze del palazzo Gruamonti, luogo in cui una notte si trattenne a pregare S. Domenico, di passaggio per Ferrara. In un anonimo manoscritto conservato alla Biblioteca Ariostea si conferma che la prima chiesa e l'annesso chiostro furono costruiti già prima del 1239 e la loro istituzione prevedeva un priore dei frati predicatori ed un inquisitore".

lunedì 16 aprile 2018

Un pittore modenese del Trecento: Serafino de' Serafini


Nell'illustrare l'affresco del convento agostiniano di Sant'Andrea, si è fatto cenno al pittore emiliano Serafino de' Serafini. La sua origine modenese non è certa - ma fortemente probabile: a Ferrara firma l'affresco dell'Assunzione con la scritta Serafino de Mutina me pin.
Attivo soprattutto in pianura padana, gli è tuttavia attribuito anche un dittico nella Cattedrale di Santa Maria Maggiore a Barletta. E' suo il polittico absidale del duomo di Modena con l'Incoronazione della Vergine, la crocefissione e i santi. E' autore di diversi dipinti presso la Cappella Bonacolsi a Mantova e di alcuni affreschi nella cappella Gonzaga della Chiesa di San Francesco, sempre a Mantova, di due tavolette con i Santi Apostoli al Museo della Città di Rimini, e del sopracitato affresco dell'Assunzione presso Casa Romei a Ferrara.
Leggiamo Fausto Varini in "Atti e Memorie" della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi, vol. 26 del 2004 alle pp. 7-8:
"Tornando al Duomo di Modena, recuperiamo l'opera di quell'altro pittore modenese legato in modo indissolubile a Tommaso [Barisini, ndt]: Serafino Serafini. Alla Pala d'altare con l'Incoronazione della Vergine per lungo tempo si è stretta la fama di Serafino, sola testimonianza della sua opera pittorica e unica prova tangibile della sua attività sia a Modena come altrove. Ma dall'attribuzione da parte del Longhi, in occasione di una ormai famosa mostra tenutasi a Ferrara nel 1933 dell'affresco rappresentante il Trionfo di Sant'Agostino (Ferrara, Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti) come opera del maestro Serafini, si è venuto pian piano a ricostruire una parte non indifferente dell'attività pittorica di questo autore modenese, che operò nella seconda metà del Trecento nel cuore della Pianura Padana".
Come di consueto, il volume è consultabile presso la Biblioteca alle condizioni di Regolamento.
L'immagine in alto rappresenta San Luigi di Tolosa ordinato vescovo da papa Bonifacio VIII, ubicata presso la Chiesa di San Francesco a Mantova ed è tratta da Wikipedia.

lunedì 9 aprile 2018

Quando era ancora lontano, il Padre lo vide: Don Cartesio Cisterna nei ricordi di padre Talmelli


I più "anta" tra i lettori certamente ricorderanno don Cartesio Cisterna, parroco di Gaibana e confessore in Cattedrale, una sorta di "Curato d'Ars" che ha attraversato il Novecento diocesano ferrarese (1902-1992). Fu il mio insegnante di religione alle scuole elementari, ancora ne ricordo il passo svelto e la severa talare.
Alla figura di don Cartesio, padre Raffaele Talmelli ha dedicato un volumetto uscito nel 2005 per le edizioni Cantagalli di Siena, Quando era ancora lontano il Padre lo vide. Nel libro, testimonianze personali e foto originali dall'infanzia a Voghenza, alla nomina a monsignore, fino all'incontro con papa Wojtyla nella "storica" visita alla diocesi del 1990.
Il volume fa parte del fondo locale ed è perciò consultabile unicamente in sede.

venerdì 6 aprile 2018

Un affresco trecentesco nel convento di sant'Andrea


Leggiamo ancora qualche particolare riguardante il perduto convento agostiniano di sant'Andrea. L'articolo di cui riportiamo la parte iniziale è Problemi iconologici di un dipinto ferrarese del XVI secolo di Letizia Lodi, tratto dal volume Cultura figurativa ferrarese tra XV e XVI secolo, ed. Corbo e Fiore, Venezia 1981.
"L'affresco (cm. 587x556) che rappresenta il Trionfo di S. Agostino, proveniente dalla soppressa chiesa di S. Andrea a Ferrara, nella quale decorava la prima Cappella a destra, fondata da Buonsostegno e Giorgio Marinetti nel 1378, si trova ora nella Pinacoteca della città. 
La composizione era originariamente scompartita su tre fasce: la superiore con S. Agostino in cattedra fra i dottori della Chiesa da un lato, e i filosofi pagani dall'altro; la mediana raffigurante le sette Virtù che opprimono i corrispondenti contrari; l'inferiore che rappresentava le sette Arti liberali e i personaggi famosi, che si erano distinti in esse. Di quest'ultima fascia rimane oggi solo un frammento con la Musica e l'Astronomia (ora in restauro); varie vicissitudini, fra cui, principalmente, l'apertura di una porta nella parete hanno totalmente distrutto il resto. E' però possibile immaginare, sia pur sommariamente, l'affresco prima della perdita della parte inferiore, dato che un acquerello, eseguito nei primi anni del '900 dal pittore Girolamo Domenichini, lo mostra nella sua integrità (escluse naturalmente le lacune dovute all'apertura della porta avvenuta presumibilmente quattro secoli prima). L'autore della complessa figurazione allegorico-didascalica può essere identificato in Serafino de' Serafini, artista modenese attivo a Ferrara nella seconda metà del sec. XIV: l'affresco infatti è databile all'incirca intorno al 1378".
Il volume è consultabile in biblioteca, alle modalità del regolamento.
*l'immagine è tratta dal sito delle Gallerie estensi che ringraziamo

martedì 27 febbraio 2018

Santa Giustina, da prima sede del Seminario a convento di monache agostiniane



"Nel 1584 finalmente, per l'opera appassionata del vescovo Leoni e per l'incoraggiamento stesso di San Carlo Borromeo (presente a Ferrara per tre giorni nel febbraio del 1580), il Seminario viene aperto in santa Giustina e locali annessi", Chiappini Angelini Baruffaldi La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, vol. 2, p. 54.

"Chi dal centro della città arriva alla fine di via Garibaldi, vede in piazza Cortebella sorgere un'antica chiesetta ora rifatta e abbellita che prende il nome di s. Giustina. Vi è accanto ad essa il monastero di religiose agostiniane che vivono in clausura, laddove un tempo sorgeva un ospedale e più recentemente il Seminario. Narra il Guarini che quella chiesa venne edificata «da li monaci cassinesi sotto il pontificato di Leone III... unendola essi all'abbazia di s. Giustina di Padova». La chiesa che nella vicenda dei secoli subì varii rifacimenti sorgeva in mezzo a quartieri abbastanza popolati ed ebbe cura d'anime certamente fin dal Mille", B. Pagnin I beni della Chiesa di santa Giustina di Ferrara alla fine del sec. 13 e principio del 16., Studi vari, "Atti e Memorie" n.s., 14 1955, p. 121.

"In fondo a via Garibaldi, nella piazza Cortebella, si trovano la chiesa di S. Giustina e l'attiguo Convento che ospita suore Agostiniane di clausura dal 1916. La chiesa conserva il prospetto aleottiano, mentre il convento, gravemente danneggiato durante la guerra, è stato ricostruito.
La chiesa ha origini antichissime: pare risalga alla fine dell'VIII secolo o ai primi del IX. Fatta costruire dai monaci benedettini Cassinesi alle dirette dipendenze della Badia di Padova (Cenobio Benedettino di Santa Giustina), fu parrocchia fin dal Duecento. L'edificio è stato oggetto nei secoli di varie trasformazioni: alla fine del '500 l'Aleotti ne eseguì una ridefinizione strutturale e venne realizzata la porta in marmo con l'ovale della Madonna dei Lombardi. Nel 1769 vennero aggiungi il campanile e la chiesa interna fu ridotta all'attuale forma ottagonale da Antonio Foschini.
Fin dal 1584 il complesso di S. Giustina era divenuto sede del Seminario che vi rimase fino al 1721 quando fu trasferito al palazzo Trotti Costabili. L'edificio, rimasto libero, venne allora adibito a "Conservatorio per le putte di civile estrazione" o, più sempicemente, "Conservatorio di zitelle". La sua fondazione fu caldeggiata dall'allora arcivescovo di Ferrara cardinale Ruffo, che ne fece i Capitoli approvati dal papa Clemente XI", Le custodi del sacro, a c. di Marina Calore, aa.vv., Tipolito Estense Bego 1999, p. 234. Da questo volume è tratta anche la foto

Tutti i volumi e gli articoli citati sono consultabili presso la nostra sede.

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...