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martedì 16 febbraio 2021

Ermes Ronchi sulla preghiera

 


Ermes Ronchi è conosciuto ai più per il suo avvicendamento a Raniero Cantalamessa nella conduzione della rubrica Le ragioni della speranza, appuntamento del sabato all'interno del programma RAI A sua immagine che completa il suo palinsesto la domenica mattina.
È altresì figura interessantissima della riflessione spirituale contemporanea che si pone alla confluenza delle sensibilità di padre Vannucci e di David Maria Turoldo.
Leggiamo insieme qualche riga da Dieci cammelli inginocchiati, Milano, Paoline 2011; segnatamente, a p. 107:

«Quando vuoi pregare, entra nel segreto» (Mt 6,6)
"Entra nella camera più nascosta. Secondo tutta la tradizione dei Padri del deserto, la camera più nascosta è il proprio corpo. «La cella del monaco sono i limiti stessi del suo corpo. Là c'è la sede della sapienza» (Giovanni Climaco).
In questo loghion di Gesù, oltre all'interpretazione immediata, quella di non apparire ma di essere, entra in gioco la vita interiore che si collega al deserto e al silenzio.
«Poco a poco, al di là delle forme secondarie, la preghiera deve farsi attesa di Dio. Vuoto attento, raccolto, amante. Niente di esteriore corrisponde ormai a una tensione interiore» (Simone Weil).
Povertà. Il Nada di Giovanni della Croce e Teresa d'Avila.
La nostra preghiera deve essere attesa di Dio, fino a che egli venga e penetri in essa, attraverso tutte le sue soglie, le sue vie, i suoi sensi.
Giovanni Cassiano spiega come pregare in segreto: «Ecco come compiere il precetto della camera segreta. Noi preghiamo nella nostra camera quando ritiriamo il cuore dal tumulto dei pensieri e delle preoccupazioni, e in una specie di colloquio segreto e di dolce amicizia, noi sveliamo al Signore i nostri desideri. Preghiamo con la porta chiusa quando invochiamo, senza aprire le labbra, colui che non tiene conto delle parole, ma guarda al cuore» (Conferenze, IX, 35)".

giovedì 14 gennaio 2021

Cristina Campo sui Padri del deserto

 


La scrittrice bolognese Vittoria Guerrini è nota ai più con lo pseudonimo di Cristina Campo, con il quale firmò una vasta produzione letteraria fatta di poesie, lettere, commenti ai Padri della Chiesa. In questa veste appunto la leggiamo, autrice di una preziosa Introduzione a Detti e fatti dei padri del deserto, libro edito da Rusconi nel lontano 1975.
Così introduce il florilegio:
«I maestri cristiani del deserto fiorirono, esplosero in un attimo che durò tre secoli, dal III al VI dopo Cristo. Da poco Costantino aveva restituito ai cristiani il diritto di esistere, spezzando il dogma di Commodo - Christianoùs me éinai, i cristiani non siano -, e sottratto con dolcezza la giovane religione al terreno meravigliosamente umido del martirio, alla stagionatura incomparabile delle catacombe. Questo significava, evidentemente, consegnarla a quel mortale pericolo che rimase tale per diciotto secoli: l'accordo col mondo. Mentre i cristiani di Alessandria, di Costantinopoli, di Roma, rientravano nella normalità dei giorni e dei diritti, alcuni asceti atterriti da quel possibile accordo, ne uscivano correndo, affondavano nei deserti di Scete e di Nitria, di Palestina e di Siria. Affondavano nel radicale silenzio che solo alcuni loro detti avrebbero solcato, bolidi infuocati in un cielo insondabile. In realtà, la maggior parte di quei detti fu pronunciata per non rivelar nulla, così come la vita di quegli uomini volle essere tutta quanta la vita di «un uomo che non esiste» («si diceva degli Scetioti che se taluno sorprendeva la loro pratica, vale a dire arrivava a conoscerla, essi non la tenevano più per una virtù ma per un peccato»).
I detti e i fatti dei Padri - lógoi kaì erga, verba et dicta - furono raccolti in ogni tempo con estrema pietà perchè, appunto, erano quasi sempre noci durissime, inscalfibili, da portare su di sé tutta la vita, da schiacciare tra i denti, come nelle fiabe, nell'attimo dell'estremo pericolo, e inoltre i Padri rifiutavano per lo più recisamente di scrivere. Furono raccolti in pergamene: greche, copte, armene, siriache. In quelle pergamene non furono perpetuati soltanto gli oracoli e i portenti dei Padri e dei loro discepoli, ma anche quelli di certi incogniti secolari che praticavano segretamente i loro precetti e, nascosti in quelle metropoli che i Padri abominavano, fuorono qualche volta maestri ai loro maestri»

lunedì 11 gennaio 2021

DPCM, ovvero.... Detti dei Padri della Chiesa e Monastici

 

(miniatura dell'XI secolo, tratta dalla pagina Wikipedia ad vocem)

«I discepoli raccontavano dell'abate Bessarione che la sua vita era stata come quella degli uccelli nell'aria, dei pesci, degli animali di terra e che era stato tutto il tempo della sua esistenza in pace e senza preoccupazioni. Non aveva infatti il pensiero di una casa, né la sua anima sembrò che fosse dominata dal desiderio di un luogo in particolare, dall'eccesso di cibo, dal possesso di beni o dall'abitudine ai libri. Era libero in tutto e per tutto dalle passioni del corpo. Nutrito dalla speranza del futuro e fermo nella roccaforte della fede, egli sopportava, come un prigioniero, qualsiasi posto, resistendo al freddo e alla nudità oppure alle ustioni provocate dal calore del sole, stando sempre all'aperto. Si graffiava andando in giro su per le rocce dei deserti e gli piaceva spingersi sovente, come se andasse per mare, in vaste e inabitate regioni di sabbia. Se gli capitava di andare in luoghi più civili, dove i monaci conducono una uguale vita tra di loro, stando in comune, rimaneva fuori dalla porta, piangeva e si lamentava come uno che è stato vittima di un naufragio. E se uno dei fratelli fosse uscito, lo avrebbe trovato nella condizione di un mendico, a sedere, come uno dei poveri del mondo, e fattosigli vicino, gli avrebbe pietosamente detto: "Perchè piangi uomo? Se ti manca qualcosa di necessario a seconda delle nostre possibilità lo potrai avere. Adesso entra dentro, mangia insieme a noi e ristorati". Ma lui avrebbe risposto che non si poteva fermare sotto un tetto, prima di aver trovato i beni della sua casa, dicendo infatti che in modi diversi aveva perduto molte ricchezze: si era imbattuto nei pirati, aveva fatto naufragio, decadendo dal suo alto rango, diventando da nobile, ignobile. E l'altro, dolendosi per un tale racconto, rientrando nella cella, preso un pezzo di pane , glielo avrebbe offerto dicendo "Prendi questo, padre. Il resto te lo concederà Dio, la patria, la nobiltà, le ricchezze di cui tu parli". Ancor più addolorato, stringendo fortemente i denti, avrebbe aggiunto: "Non saprei dire se sarà possibile ritrovare ciò che io cerco dopo averlo perduto. Per adesso sono contento di rischiare ogni giorno la vita, senza avere nessuna tregua nelle mie immense disgrazie. L'unica urgenza, infatti, è che io vada continuamente errando, finchè non avrò finito la corsa"».
tratto da Detti dei Padri del deserto, a cura e con introduzione di Lucio Coco, Casale Monferrato, Piemme 1997, pp. 87-88.

giovedì 19 novembre 2020

Invito alla lettura: Gregorio di Nissa

 

(foto tratta da Wikipedia)
Omelia 1, Il bene della preghiera

«La parola divina ci mostra l'insegnamento sulla preghiera per il quale, ai discepoli che ne sono degni e che cercano con diligenza la conoscenza della preghiera, si suggerisce come conviene guadagnarsi l'ascolto divino per il tramite delle parole dell'orazione. Io per parte mia vorrei osare un po' e aggiungere qualcosa a quanto è stato scritto nel senso che non è necessario istruire la presente assemblea su come bisogna pregare ma sul fatto che occorre assolutamente pregare, cosa che forse non è ancora arrivata alle orecchie di molti. Infatti nella vita viene trascurata e negletta dai pù questa opera sacra e divina: la preghiera.
Su questo argomento dunque mi sembra che sia cosa buona in primo luogo, per quanto possibile, testimoniare con il discorso che bisogna decisamente perseverare nella preghiera, come dice l'apostolo, e quindi dare ascolto alla voce divina che ci suggerisce il modo con cui occorre rivolgere al Signore la supplica. Noto infatti che nel mondo attuale ci si dà pensiero di tutto, ponento attenzione chi a una cosa chi a un'altra, senza tuttavia che si ponga tra gli uomini riguardo al bene della preghiera.»
[...]
«Qualora la preghiera preceda l'impegno negli affari, il peccato non trova accesso nell'anima. Se infatti il ricordo di Dio rimane fissato nel cuore, i disegni dell'avversario risultano vani e la giustizia in ogni circostanza si pone come punto di equilibrio tra coloro che sono in disaccordo. La preghiera trattiene dal peccato anche il contadino, rendendo abbondanti in poca terra i frutti, perchè non si insinui oltre il peccato per il desiderio del di più. Così il viandante, così chi si prepara a una spedizione o alle nozze, così chiunque metta impegno in qualcosa, se lo fa con la preghiera, la riuscita dei suoi negozi lo terrà lontano dal peccare, dal momento che nessun nemico spinge l'anima verso il vizio. E se invece, abbandonato Dio, uno si dedica tutto agli affari, con ogni necessità costui che è fuori da Dio sarà completamente dalla parte dell'avversario. Si separa da Dio chi non lega se stesso a Dio per mezzo della preghiera. Perciò per questo è necessario in primo luogo che siamo istruiti dalla parola divina secondo la quale bisogna pregare sempre e non stancarsi mai. Dal pregare infatti proviene lo stare con Dio; chi è con Dio è separato dall'avversario.»

Gregorio di Nissa, La preghiera del Signore, collana "Testi patristici", ed. Città Nuova, Roma 2016

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...