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giovedì 5 luglio 2018

L'abbazia di Pomposa

(foto tratta dal sito Genius Camping)
L'antico monastero benedettino di Pomposa sorge sull'asse viario della Romea, strada di epoca tardo antica, parallela alla via romana Popilia che collegava l'esarcato con Venezia.
Eventi climatici favorevoli avevano permesso fra il VI e il VII secolo l'insediamento di un gruppo di monaci benedettini provenienti da Ravenna. Recenti emergenze archeologiche (1962) datano il primo nucleo ai primi decenni del secolo VI, in probabile contemporaneità con Santa Maria in Padovetere.
La prima notizia scritta su Pomposa è però dell'anno 874 e riguarda una controversia giurisdizionale tra il Vescovo di Ravenna ed il Papato; in questo diploma papa Giovanni VIII precisa a Ludovico II che il «monasterium sancte Marie in Comaclo quod Pomposia dicitur ... iure proprio retinemus».
Un diploma di Ottone I emesso nel 962 su suggerimento di papa Giovanni XII riconosce il monastero di Pomposa alla diocesi di Comacchio, a probabile prevenzione di pretese avanzate da parte degli arcivescovi di Ravenna.
Nel 982 Ottone II la aggrega a San Salvatore di Pavia, di ambito cluniacense; anche questo potrebbe essere un tentativo di metterla al riparo dalle pretese ravennati. I monaci non sembrano gradire l'abbinamento e fanno ricorso all'arcivescovo di Ravenna. Nel 999 un atto di Ottone III formalizza questa opzione e dona il monastero alla diocesi ravennate.
Gli interessi che polarizzano l'attenzione sul monastero di Pomposa da parte del pontefice, dell'arcivescovo di Ravenna, del vescovo di Comacchio e in parte forse pure dei cluniacensi di Pavia sono da ritenersi in specie legati al nodo fluviale del Volano, principale arteria d'acqua della Padania orientale avanti le rotte di Ficarolo del 1152.
Nel 1001 Ottone III visita Pomposa assieme a san Romualdo e a Bruno di Querfurt, suo cugino nonchè estensore della Vita quinque fratrum eremitarum; l'11 novembre dello stesso anno Pomposa viene dichiarata "Abbazia Imperiale". Questo diploma, oltre a sancire l'indipendenza del monastero, ammoniva tutti coloro che avanzavano pretese su Pomposa: indistintamente ferraresi, ravennati e comacchiesi, e ci dà altresì la misura di quanto fosse cresciuto il potere abbaziale nel delta del Po. Da quel momento lo sviluppo economico e spirituale dell'abbazia di Pomposa procede senza interruzioni; in particolare dopo la nomina ad abate, sostenuta dall'autorevole monaco e già abate Martino, del ravennate Guido degli Strambiati nel 1008, dopo la morte dell'abate Giovanni.
Con l'avvento di san Guido degli Strambiati ad abate di Pomposa (1008-1046) inizia il periodo più fecondo dell'abbazia benedettina: Pomposa rafforza la sua posizione giuridica ed economica, ottiene nuovi privilegi ed immunità, si assicura donazioni e contratti di enfiteusi che renderanno produttiva l'attività agricola e solido il radicamento della popolazione sul vasto territorio dell'insula Pomposiana. Aumenta in modo esponenziale il numero dei monaci, crescono di pari passo donazioni e privilegi, anche nelle limitrofe zone del Veneto e della Romagna; finalmente un diploma di conferma datato 22 giugno 1022 ne sancisce autonomia e autodeterminazione.
Da questo momento la crescita in ricchezza e prestigio dell'abbazia proseguì molto più speditamente e l'abate Guido potè finalmente dedicarsi alla ristrutturazione del monastero e della sua chiesa, di cui celebrò la riconsacrazione il 7 maggio del 1026.
-continua-

Bibliografia essenziale:
Mario Salmi, L'abbazia di Pomposa, varie edizioni
Antonio Samaritani, Presenza monastica ed ecclesiale di Pomposa nell'Italia centrosettentrionale. Secoli X-XIV, Ferrara, Corbo 1996
Pio Laghi, San Guido abate di Pomposa, Ferrara, Corbo 2000
Marcello Simoni, Pomposa tra immagine e simbolo; lettura e suggestioni a margine del ciclo biblico trecentesco, Ferrara, Cartografica 2011

lunedì 4 giugno 2018

Ancora su Sant'Adalberto in Pereo e i "Quinque fratres"



"L'oratorio dedicato a S. Adalberto fu fatto edificare da Ottone III presso l'eremo nel quale si era stabilito Romualdo con alcuni compagni. Se vogliamo prestar fede alla documentazione pervenutaci regestata nel fascicolo contenuto nel volume n. 643 dell'ASR, la costruzione sostituiva una preesistente struttura: la chiesa di S. Cassiano. Tale edificio è verosimilmente da riconoscersi come il primitivo luogo di culto degli eremiti. Stando ai tre ristretti datati al 1001 parrebbe che l'8 maggio l'oratorio intitolato a S. Adalberto non fosse ancora in essere, in quanto si fa riferimento all' "eremo... di S. Cassiano", e che il nuovo luogo di culto, inaugurato nel mese di dicembre, non sostituisse la preesistente chiesa, poichè ivi si celerò la cerimonia di dedicazione. Purtroppo le ricerche finalizzate a reperire altra documentazione circa la chiesa di S. Cassiano non hanno dato, per ora, alcun risultato soddisfacente.
L'oratorio dedicato a S. Adalberto si inseriva in quel nutrito gruppo di costruzioni commissionate dall'imperatore e dedicate al fraterno amico Adalberto, arcivesco di Praga martirizzato nel 997. La fondazione assumeva un ruolo fondamentale nell'ambito della vita religiosa dell'Europa del tempo in quanto uno dei primi nuclei cenobitici sorti nei luoghi in cui si era sviluppata l'esperienza eremitica di Romualdo. L'edificio di culto doveva essere legato ad altre strutture, delle quali, tuttavia, non abbiamo alcuna informazione.
Malgrado l'origine del cenobio fosse di non poco momento, dopo qualche tempo iniziò per il complesso una fase di totale decadenza, secondo la leggenda a causa della presenza di un abate indegno al punto tale da non avere nemmeno il nome tramandato dalle fonti. Per questo motivo il nutrito gruppo di compagni di Romualdo ben presto abbandonò il Pereo. Bruno di Querfurt e un compagno tedesco si ritirarono in un eremo poco distante, Benedetto (che sin dall'inizio dell'esperienza aveva condiviso la cella con Bruno) e Giovanni partirono in missione per le regioni dell'Est dell'Europa, seguendo le tracce del martire Adalberto, e lo stesso Romualdo, sul finire del 1001, forse per sopraggiunti dissapori con l'imperatore, si allontanò dal Pereo per raggiungere l'Istria.
Venuto a mancare l'eremo, S. Alberto divenne una abbazia".

Paola Novara, S. Adalberto in Pereo e la decorazione in laterizio nel ravennate e nell'Italia settentrionale (secc. VIII-XI), "Documenti di archeologia", 3, Mantova, Padus 1994
Volume consultabile solo in sede, alle condizioni di regolamento.

mercoledì 9 maggio 2018

A mille anni dal martirio: l'eredità di san Romualdo e dei Quinque fratres


Si è detto che nel 2003 il Seminario diocesano organizzò un convegno svoltosi il 15 novembre presso la sede dell'Istituto di Scienze Religiose, con successiva pubblicazione degli Atti, dedicato al millenario del martirio dei Quinque fratres. 
Inquadra la vicenda mons. Andrea Turazzi, oggi vescovo di San Marino-Montefeltro ma al tempo padre spirituale del Seminario, nel suo contributo al convegno:
Ricorreva l'anno 1003 quando cinque discepoli di san Romualdo, padre dei monaci camaldolesi, trovarono il martirio in terra polacca, testimoniando la loro fede in Gesù Cristo, a Miedzyrzecz, nel territorio di Zielona Gòra-Gorzow, ai tempi di Boleslao I, nella notte fra l'11 e il 12 novembre. La spedizione dei missionari era partita dalle nostre terre, precisamente da una località al confine tra Ravenna e Comacchio, ricordata con il nome di Pereo. Due missionari, Giovanni e Benedetto da Benevento erano italiani, gli altri slavi: Matteo, Isacco e Cristino (o Cristiano). La vicenda, narrata da san Bruno di Querfurt, è strettamente legata alla nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio, benchè probabilmente poco nota ai ferraresi. Il progetto di evangelizzazione dell'Est europeo, caldeggiato dall'imperatore Ottone III e dal re polacco Boleslao, venne seguito in gran parte da san Bruno di Querfurt. Sarà lui a trasmetterci la testimonianza dei cinque fratelli in un documento di grande interesse: la Vita quinque fratrum eremitarum.
Oltre a mons. Turazzi, alla pubblicazione degli atti collaborarono Marcello Simoni, don Andrea Zerbini, don Paolo Cavallari e la scrivente, sotto il benevolo sguardo di mons. Antonio Samaritani. La pubblicazione venne patrocinata da mons. Danillo Bisarello, al tempo economo del Seminario.
Il volume fa parte del fondo locale, è quindi disponibile per la sola consultazione.

lunedì 7 maggio 2018

Vicende eremitiche nei pressi di Comacchio

(Pseudo-Jacopino, Visione di san Romualdo, XIII sec.
Bologna, Pinacoteca Nazionale)

Nel 2003, il Seminario arcivescovile dedicò un convegno e, successivamente, la pubblicazione dei relativi atti alla vicenda martiriale dei Quinque fratres. Per conoscere la storia, è tuttavia preliminare mettere in luce il profondo legame che connette san Romualdo agli insediamenti eremitici della zona di Comacchio.
Temperamento inquieto, san Romualdo entra giovanissimo nel monastero di sant'Apollinare in Classe per uscirne però quasi subito; vive una prima esperienza di solitudine nei pressi di Venezia e, dopo una parentesi di dieci anni trascorsi al monastero di Cuxa nei Pirenei, si stabilisce nella palude di Comacchio, in un luogo detto Oregario o Auregarium, presso i Lungari di Serilla (oggi Casone Serilla). Questo luogo eremitico Oregario era giuridicamente sottoposto al monastero di Santa Maria in Auregarium che diverrà Santa Maria in Aula Regia.
Inscindibile dalla vicenda umana di san Romualdo è l'amicizia che lo lega all'imperatore Ottone III di Sassonia, devotissimo alla memoria del vescovo di Praga sant'Adalberto martirizzato nel 997. Proprio questa fraterna devozione motiverà l'imperatore ad appoggiare l'edificazione di un oratorio nell'isola del Pereo, insula Perea, consacrato al nome di sant'Adalberto.
Così, nell'autunno del 1001, Ottone III e Romualdo diedero avvio all'avventura del Pereo, in dipendenza dal preesistente eremo dell'Oregario nel quale Romualdo aveva più volte soggiornato. Memore di quell'esperienza, e volendo ancorare questa nuova struttura a più solide fondamenta organizzative, Romualdo vincolò l'eremo alla disciplina del cenobio, sottoponendo i monaci ad una regola che integrava quella di san Benedetto con gli insegnamenti dei Padri del Deserto.
L'attuale Sant'Alberto sorge a Nord di Ravenna sulle antiche sponde del Po di Primaro; la sua chiesa è tuttora priorale ed il parroco conserva il titolo di "Priore del monastero di Sant'Alberto al Pereo" nonostante nè il monastero nè l'isola esistano più.
Alcuni frammenti in cotto provenienti dall'antica chiesa sono conservati nel secondo chiostro del Museo Nazionale di Ravenna.

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...