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lunedì 8 aprile 2019

La Fortezza del Papa


Nel 1990 per i tipi di Liberty House esce un'antologia di studi dedicati alla fortificazione voluta dal papa all'indomani della devoluzione della città allo stato pontificio. Contribuirono alla raccolta studiosi di primo piano del tessuto storico ferrarese: Luciano Chiappini, Antonio Samaritani, Lucio Scardino, Laura Guidi, Silvano Ghironi, Giacomo Savioli, Marica Peron.

Leggiamo insieme qualche riga tratta dal contributo di Luciano Chiappini:
«Viene edificata per volontà del papa Clemente VIII Aldobrandini, non appena la Chiesa è reintegrata nel suo possesso di Ferrara. Non di facile interpretazione i presupposti della sua erezione. Sicuro l'intento di una rafforzata difesa da temute sollevazioni interne. Maggiormente accreditabili, tuttavia, le finalità di difesa esterna, nella direzione di Modena, date le non sopite rivendicazioni estensi, da una parte e, dall'altra, nella direzione di Venezia, la nemica tradizionale di Ferrara, sempre intenta a cogliere l'occasione per arrivare oltre Po, così come ad impedire che potenze di un certo rilievo si avvicinino ai suoi confini. Qualche cronista del tempo ipotizzò un fondato timore da parte del Papa nei confronti della nobiltà ferrarese, un'aristocrazia terriera profondamente riottosa, ostile ad ogni accenno d'apertura sociale, se non addirittura culturale in senso lato».


«Per far posto a quest'opera grandiosa che fu la più insigne del nuovo governo, si intervenne su un'area vastissima fitta di case e di monumenti antichi. Sin dal 22 luglio 1598 era stato ordinato a Scipione Gilioli, Giudice dei Savi, di predisporre il piano dei lavori per la nuova fortificazione. Tuttavia tale decisione non ebbe immediato seguito, "essendosi contento esso Pontefice che per allora [sussistendo taluni problemi] s'armassero que' tre baluardi che havea fatti fabricare il Duca Alfonso verso il Borgo di S. Luca e di S. Iacomo"»
Silvano Ghironi, La "spianata", i progettisti e la costruzione della Fortezza di Ferrara.

A chi volesse approfondire l'argomento, oltre che il volume consultabile in biblioteca, consigliamo la lettura della voce ex Fortezza pontificia, nel sito "Ferrara nascosta" dal quale abbiamo tratto la seconda foto, e dell'articolo La Fortezza, XVI secolo ca., nel sito Lorettaweb sulla storia della città.

mercoledì 24 ottobre 2018

Insediamenti eremitici nella Ferrara medievale

(la foto è tratta dal sito Ferrara nascosta che ringraziamo)

«Negli anni dell'affermazione "prematura" della signoria estense nel 1240, quando Azzo VII non è ancora ufficialmente il dominus civitatis, l'eremitismo conventualizzato cittadino mette in moto un processo che coinvolgerà tutte le vecchie e nuove convivenze agostiniane non strettamente regolari in nesso di reciproca interdipendenza, e ciò partirà proprio dalla corte, con Beatrice figlia di Azzo VII.
Dal 1254 al 1257 in particolare le eremite di Beatrice, presto trasformate in benedettine sui generis, passeranno da Santo Stefano della Rotta a Sant'Antonio in Polesine, forse precedentemente agostiniano giambonita e appartenente alla nuova congregazione unitaria agostiniana dal 1256. Di qui gli eremitani agostiniani unificati si trasferiscono al vescovile e capitolare S. Andrea.
Nella zona di Sant'Andrea e nelle vicine di Santa Maria in Vado, San Tommaso, San Vitale rinveniremo ben presto e li riscontreremo fino almeno alla metà del '400 numerosi centri eremitici autonomi e più tardi il nucleo più rilevante delle case per le pinzochere che va a raggrupparsi - loro di estrazione francescana - attorno alle dimore delle oblate e degli oblati agostiniani.
[...]
Il 27 marzo 1254, a santo Stefano della Rotta presso Ferrara Beatrice d'Este, figlia del marchese Azzo VII, insieme a Meleninda da Padova compie la professione religiosa davanti al vescovo Giovanni Quirini, secondo quella regola che al papa fosse piaciuto disporre: subito dopo nel medesimo atto il presule concede loro la chiesa e il luogo della professione, con il benestare del capitolo, compresi tutti i diritti pertinenti a detta chiesa, con facoltà di costruirne altra assieme ad un nuovo claustro. Le suore non contribuiranno al vescovado altro che il censo di una libra di cera all'anno»
A. Samaritani, Conventualizzazioni di eremiti e di pinzocchere a Ferrara tra Medioevo e Umanesimo (metà sec. 13.-metà sec. 15.), estratto da: «Analecta Tertii Ordinis Regulari Sancti Francisci», n. 135, anno 15. (1982).

Il convento di Santo Stefano della Rotta insisteva su un'isola detta di san Lazzaro a motivo della chiesa e del lebbrosario, usato in seguito per ogni tipo di epidemie. L'isola si trovava sul braccio del Po di Volano, ad est della città, nel canale Diversivo tra Quacchio e l'attuale Focomorto.


lunedì 8 ottobre 2018

La Biblia española


Il Cinquecento ferrarese è teatro di un'ampia letteratura di traduzione di testi ebraici. In questo contesto culturale si inquadra la Biblia en lengua española traducida palabra por palabra de la verdad Hebrayca por muy excelentes Letrados, vista y examinada por el oficio de la Inquisicion, con Privilegio del Ylustrissimo Señor Duque de Ferrara", la "Bibbia di Ferrara" stampata in città tra il 1551 e il 1553 dai tipografi ebrei Avraham Usque, portoghese conosciuto anche col nome di Duarte Pinel, e Yomtob Atias alias Jerónimo de Vargas, marrano spagnolo. "Si tratta di un'opera di sintesi e di pacificazione tra i maestri ashkenaziti italiani, tale da essere gradita pure ai cristiani attraverso le molte varianti raccolte del testo" (Samaritani, Profilo, v. indicazioni bibliografiche finali). 
La prima edizione era dedicata a doña Gracia Nasi (1510-1569), ebrea portoghese giunta nella nostra città nel 1550; una seconda redazione di poco divergente, "adattata" potremmo dire alla lettura cristiana, fu presentata ad Ercole II e a lui espressamente dedicata.
"In un periodo nel quale l'attesa messianica si era fatta più vivida presso gli ebrei, la traduzione della Bibbia costituiva un auspicio di pace per il popolo, approdato al «placido e sicuro porto di Ferrara», così come richiamava il frontespizio della Biblia. Ben presto tuttavia, nel settembre 1553, l'Inquisizione romana decretò il rogo del Talmud. L'anno dopo, Ferrara venne prescelta a sede del Congresso rabbinico italiano al quale parteciparono rappresentanze di quattordici comunità ebraiche e, pur dopo il decreto pontificio del 1553, il duca Ercole II autorizzava la fondazione di un Istituto di studi ebraici".
Una copia della Biblia española è custodita in città presso la Biblioteca Comunale Ariostea.
Gli inserti sono tratti da:
A. Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella Chiesa di Ferrara-Comacchio; vicende, scritti e figure, Reggio Emilia, Diabasis 2004, p. 155.

lunedì 10 settembre 2018

Alle origini della "cattiva fama" di Lucrezia Borgia

(Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di santa Caterina di Pinturicchio)
immagine tratta da Wikipedia, ad vocem

Comporre un mosaico di notizie "veritiere" circa Lucrezia Borgia risulta particolarmente difficile. I problemi storiografici sono di varia natura, su tutti ovviamente la necessaria riabilitazione della sua figura dal mito romantico della cattiva fama.
Fino a circa un secolo fa, l'alone di malvagità e corruzione che circondava la famiglia Borgia sottintendeva che anche Lucrezia vi fosse strettamente connessa. Di questa fama, Guicciardini era certamente tra i capostipiti, ma fu la letteratura romantica a perfezionare il ritratto riprovevole che tutti conosciamo. La veste "letteraria" è di Victor Hugo che nel 1833 ne fece la protagonista di una tragedia greca; la trasposizione operistica fu di Donizetti. A metà dello stesso secolo il capolavoro di Jacob Burkhardt La cultura del Rinascimento in Italia consacrava anche sul piano storico la "leggenda nera" dei Borgia.
La prima autorevole biografia su Lucrezia si deve allo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, autore di una monumentale Storia di Roma nel medioevo. Nonostante la sua imponente documentazione privilegiasse il periodo romano della figlia di Alessandro VI, egli iniziò a portare alla luce la vicenda biografica separando le dicerie dagli episodi accertati, ed inaugurando così la classificazione dicotomica in cui vennero da allora posti tutti gli studiosi di Lucrezia, divisi tra innocentisti e colpevolisti, con effetti anche paradossi per cui ad esempio lui protestante era innocentista mentre il cattolicissimo von Pastor colpevolista.
Solo nel 1901 lo storico inglese Robert Davidsohn analizzando un codice della biblioteca nazionale di Firenze scoprì che Lucrezia aveva assunto l'abito di terziaria francescana ed era stata sepolta con quella veste. Alla religione della duchessa nessun rilievo particolare continuò ad esser dato per lungo tempo, finchè nel 1981 un importante saggio di Antonio Samaritani, v. nota 1, poneva specificamente il problema riesaminando la corrispondenza mantovana della duchessa, i rapporti con i confessori e i monasteri, la vita devota condotta a corte.
Contributo documentario per un profilo spirituale e religioso di Lucrezia Borgia nella Ferrara degli anni 1502-1519, in: Analecta Tertii Ordinis Regularis (ATOR) 14, 1981 
-segue-

venerdì 10 agosto 2018

Breve nota bibliografica su Lucia da Narni

(immagine tratta dal sito Tus Preguntas sobre los Santos)

Lucia Broccadelli è il nome di una giovane terziaria di Narni che il venerdi santo dell'anno 1496, nel monastero domenicano di Viterbo dove si era ritirata per condurre vita religiosa, riceve l'inatteso dono delle stimmate. Diffusasi rapidamente la notizia, Ercole I d'Este si attiva per portarla alla corte di Ferrara, stante il costume diffusosi al tempo nelle corti padane di ospitare le cosiddette "sante vive", sia a fini di promozione dell'immagine che a sostegno devozionale della dinastia e della città. In quest'ottica, i Gonzaga erano notoriamente devoti ad Osanna Andreasi, mistica di corte in strettissimi rapporti con Isabella d'Este moglie di Francesco II Gonzaga; a Brescia troviamo Stefana Quinzani; Colomba da Rieti a Perugia e altre, quasi tutte domenicane e seguaci di Caterina da Siena.
Il trasferimento di Lucia a Ferrara non fu affare da poco, e il bel libro di Antonio Samaritani, cfr. bibliografia, dà conto dei numerosi tentativi del duca di portare la terziaria in città, dal fitto carteggio con i viterbesi, che l'avrebbero voluta trattenere, alle febbrili trattative con i familiari - la madre, segnatamente - passando addirittura per un rocambolesco tentativo di rapimento, goffamente andato a vuoto.
Suor Lucia giunge alfine nella nostra città il 7 maggio 1499, accompagnata da fra' Cristoforo da Viterbo suo confessore e da alcune consorelle. Per lei, il duca dispone l'erezione di un imponente monastero che poteva accogliere il ragguardevole numero di cento suore. Alle viterbesi si affiancarono le domenicane fatte qui confluire dal convento cittadino di Santa Caterina martire, le cui residue tracce sono tuttora identificabili nel portico quattrocentesco di via Roversella. Di questo monastero lo storico locale Luciano Maragna ha recentemente pubblicato la storia e i regesti, cfr. bibliografia.
A fronte di un ingresso tanto eclatante, la vita in città della terziaria fu tutt'altro che semplice, anzi fu quasi interamente funestata dall'estenuante dibattito sulla veridicità delle stimmate.
Alla morte del duca si spense in fretta anche la fama di Lucia, e una sorta di damnatio memoriae andò a colpire la sua stessa biografia: non c'è accordo tra gli storici locali finanche sulla sua data di morte, 1543 secondo il Guarini, l'anno seguente per lo Scalabrini; 1544 anche per Manini Ferranti che però la riferisce al 5 novembre anzichè al 10 come indicato nelle Memorie istoriche. I documenti di archivio concordemente indicano il 15 novembre 1544. 
Il corpo della beata dapprima venerato in cattedrale venne traslato a Narni negli anni Trenta, il suo monastero definitivamente demolito nel 1836. Nessuna lapide in diocesi la ricorda più; a Narni le è intestata la biblioteca diocesana e ogni novembre ne viene celebrato il triduo.

Bibliografia essenziale:
L.A. Gandini, Sulla venuta in Ferrara della beata suor Lucia da Narni del Terzo Ordine di s. Domenico, Modena, Società Tipografica 1901
G. Brugnola, La beata Lucia da Narni del terz'ordine domenicano, Milano, Santa Lega Eucaristica 1935
D. Balboni, Anecdota ferrariensia, vol. 1, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 1972
G. Zarri, Lucia da Narni e il movimento femminile savonaroliano, in: Girolamo Savonarola da Ferrara all'Europa, Firenze, SISMEL-edizioni del Galluzzo 2001, alle pp. 99-116
M. Folin, Gli oratori estensi nel sistema politico italiano (1440-1505), ibidem pp. 51-83
Ann E. Matter, Le "rivelazioni" of Lucia Brocadelli da Narni, Estratto da: «Archivum Fratrum Praedicatorum», Vol. 71 (2001), Roma, Istituto Storico Domenicano 2001
T. Herzig, The Rise and Fall of a Savonarolan Visionary: Lucia Brocadelli's Contribution to the Piagnone Movement, Estratto da: «Archiv für Reformationsgeschichte», vol. 95 (2004), s.l., Güterloher Verlagshaus 2004
L. Sastre Varas, Fray Jeronimo de Ferrara y el circulo de la beata de Piedrahita, in: La figura de Jeronimo Savonarola o.p. y su influencia en España y Europa, Firenze, SISMEL-edizioni del Galluzzo 2004
A. Samaritani, Lucia da Narni ed Ercole 1. d'Este a Ferrara tra Caterina da Siena, Girolamo Savonarola e i Piagnoni, Ferrara, Cartografica 2006
A. Samaritani, Presenza di Giovanni Bono e dei suoi eremiti (prima metà del sec. 13.) e ricordi di Lucia da Narni in Osanna Andreasi (fine sec. 15.-inizio 16.) tra Mantova e Ferrara, in: Analecta Pomposiana 33, 2008 alle pp. 53-75; Ferrara, Cartografica 2009

tutti gli articoli sono consultabili in biblioteca alle norme di regolamento

lunedì 18 giugno 2018

Caterina Vegri e gli inizi del Corpus Domini

(immagine tratta dal blog Regio Diciotto)

Figlia di Giovanni (secondo alcuni Bartolomeo) gentiluomo ferrarese al servizio dei marchesi d'Este, e di Benvenuta Mammolini, nobildonna bolognese, Caterina Vegri nacque a Bologna l'8 settembre 1413. Trascorse a Bologna i primi anni della sua vita (nota 1); tra il 1420 e il 1423 si trasferì con la madre a Ferrara. Dopo qualche tempo lasciò la casa paterna per andare a vivere a corte quale compagna di Margherita d'Este figlia naturale di Niccolò III. Le date più probabili oscillano tra il 1422 e il 1424 (nota 2).
Il periodo trascorso alla corte estense, allora uno dei più vivaci centri di cultura umanistica, fu decisivo per la formazione di Caterina. Essa vi acquisì una buona conoscenza del latino; imparò inoltre a scrivere in bella grafia umanistica, a dipingere, a miniare i codici, a suonare la viola. Intorno al 1426, in concomitanza con le nozze di Margherita, lasciò la corte per unirsi ad un gruppo di pie donne costituitosi in Ferrara nel 1406 per iniziativa di Bernardina Sedazzari e diretto allora da Lucia Mascheroni (nota 3).
I primi anni di vita di questa comunità furono molto travagliati, ne parlano dettagliatamente Antonio Samaritani nel suo Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione e Teodosio Lombardi nel Profilo di Caterina Vegri, al cui riassunto mi riferisco: la comunità di Bernardina Sedazzari nacque nel luogo in cui tuttora si trova il convento delle clarisse. Ma dal 1406 al 1426 non ebbe alcun rapporto con la regola di santa Chiara. In data 1 giugno 1407 il vescovo di Ferrara Pietro Boiardi rilasciò alla Sedazzari una lettera in cui si concedevano 40 giorni di indulgenza a quanti avessero contribuito alla riuscita dell'opera. Un decreto del marchese Niccolò III d'Este del 1 giugno 1413 permise alla Sedazzari e alle sue compagne ancora improfesse e non astrette a vincoli canonicali di poter acquistare beni immobili e di stipulare regolari contratti entro il limite di 500 libbre marchesane. Il 31 maggio 1419 papa Martino V autorizzò il vescovo di Bologna Niccolò Albergati ad istituire nella casa della Sedazzari una comunità sotto la regola agostiniana. Il breve papale però non ebbe seguito: le consorelle non professarono né si sottomisero alla giurisdizione del vescovo di Ferrara. Il 2 aprile 1425 la Sedazzari lasciò erede di ogni cosa la discepola prediletta suor Lucia Mascheroni; morirà poco più avanti nella stesso anno. Sotto la guida esitante e inesperta di Lucia il fragile equilibrio della comunità deflagra, le incertezze sulla via da seguire diventano più appariscenti, forse inizia a serpeggiare qualche gelosia. Una parte si coalizza attorno alla figura di Ailisia di Baldo, ostinatamente determinata a far passare la linea agostiniana; Lucia Mascheroni viene espulsa dal primitivo oratorio per iniziativa dello stesso vescovo Pietro Boiardi, ne sarà reintegrata solo nel 1426 dal consiglio marchionale (nota 4). Dopo un breve periodo di apparente tregua il dissenso riprende vigore finché, fra il 1429 ed il 1430, Ailisia e alcune suore se ne escono per attuare altrove una fondazione di agostiniane; le restanti tra cui Caterina diedero origine, nell'anno 1431, ad un monastero di clarisse osservanti intitolato al Corpus Domini, secondo la denominazione assunta fin dall'inizio dalla sede del loro ritiro (nota 5). Va forse riferito a questo periodo quel "gradissimo dolore" di cui Caterina parla nelle Sette armi spirituali.
-continua-

nota 1, sembra accertato che attorno ai dieci anni Caterina abbia ascoltato una predica di san Bernardino da Siena a San Petronio. Potrebbe essere però un calco agiografico sull'episodio di Chiara di Assisi che circa alla stessa età ascoltò per la prima volta una quaresimale di san Francesco nella piazza di San Rufino.
nota 2, la studiosa inglese Kathleen Arthur obietta che Margherita "in quanto figlia illegittima di Niccolò non poteva avere damigelle personali. Inoltre Caterina e Margherita erano coetaneee ... Caterina fu più probabilmente damigella della marchesa Parisina Malatesta, arrivata nel 1418 come seconda sposa di Niccolò II d'Este a Ferrara".
nota 3, "Nella zona di Sant'Andrea e nelle vicine di Santa Maria in Vado, San Tommaso, San Vitale rinveniremo ben presto e lì riscontreremo sino almeno alla metà del '400 numerosi centri eremitici autonomi e più tardi il nucleo più rilevante delle case per le pinzocchere che va a raggrupparsi attorno alla dimora delle oblate e degli oblati agostiniani", A. Samaritani. E' questo il nucleo più antico della città, ancora interessato dal corso del Po, nonostante sia ormai diventato ramo minore. Santa Maria "in Vado", l'antichissima basilica teatro nel 1171 del miracolo eucaristico, significa precisamente "del Guado".
nota 4, la Mascheroni si era rivolta a Niccolò III in persona per rimarcare la validità delle sue ragioni.
nota 5, Chiesa e monastero di Sant'Agostino, perduti, sorgevano nella zona tra Santa Maria in Vado e il Corpus Domini. La Chiesa, consacrata il 12 marzo 1444 dal beato Giovanni da Tossignano, era impreziosita da un'Annunciazione del Bastianino, oggi alla Pinacoteca Nazionale.

venerdì 15 giugno 2018

Le pubblicazioni del Seminario


Per le pubblicazioni del Seminario Arcivescovile, l'anno 2004 segna una data importante: viene infatti pubblicato il primo volume della collana La Chiesa di Ferrara-Comacchio tra spirito e arte. La cura del progetto, fortemente voluto da mons. Danillo Bisarello al tempo economo del Seminario, è a nome di due referenti preziosi per la cultura ferrarese, accademica e diocesana nelle persone del prof. Ranieri Varese e del compianto mons. Antonio Samaritani.
Il primo volume è precisamente a firma di quest'ultimo, e reca il promettente titolo Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella chiesa di Ferrara-Comacchio. Vicende, scritti e figure, ed è impreziosito dalla introduzione di mons. Carlo Caffarra all'epoca arcivescovo di Ferrara e Comacchio
"Ogni Chiesa locale ri-presenta il mistero di Cristo in modo proprio. Infatti, è la ragione antropologica, è costituita da uomini che nel loro insieme formano un popolo, una soggettività sociale specifica. Esiste allora di fatto una spiritualità nella Chiesa di Ferrara-Comacchio? È ciò che quest'opera monumentale si propone precisamente di mostrare".
A. Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella chiesa di Ferrara-Comacchio. Vicende, scritti e figure, Reggio Emilia, Diabasis 2004
Pubblicazione consultabile presso la biblioteca.

mercoledì 13 giugno 2018

La biblioteca perduta dei Certosini/2


"Alla fine del sec. XVI risultano presenti nella biblioteca della Certosa di Ferrara opere di classici: Cassiodoro, Diodoro Siculo, Emilio Probo, Erodoto di Alicarnasso, Orazio, Ovidio, Boezio, Giulio Cesare, Seneca, Cicerone, Quintiliano, Terenzio, Virginio, Strabone, Marco Aurelio; di autori cristiani: Claudiano, Egesippo, Origene, Gioacchino da Fiore, Ubertino da Casale; di letterati italiani: Petrarca (le Senili), Guarino Veronese, Boccaccio (De montibus), Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Sannazaro, Panormita, Toscanella, Aldo Manuzio, L.B. Alberti, M. Ficino e Dante; di autori spirituali: Dionigi certosino, Enrico Susone, Guigo certosino, Giovanni Gersone, Pier Damiani, Tommaso da Kempis, Cassiano, Climaco, Taulero, Landolfo certosino, Pietro Sutore, Vincenzo certosino, del trattatista Egidio Romano; sono presenti opere di autori ferraresi: Alberto Trotti, Alessandro Ariosti, Giovanni Albini, Giovanni Maria Verrati, Francesco Visdomini, Paolo Sacrati, Bigo Pittorio, ecclesiastici trattanti materie spesso ascetiche, Giovanni Battista Giraldi e del musico Nicolò da Vicenza".

A. Samaritani, Borso d'Este, presenza certosina, spiritualità umanistica, pietà religiosa a Ferrara (2a metà del '400-1a metà del '500), in Analecta Pomposiana 31-32, Ferrara 2008
volume consultabile presso la sede della biblioteca, alle condizioni di regolamento

venerdì 8 giugno 2018

La biblioteca perduta dei Certosini/1


Il contributo di mons. Samaritani dal quale abbiamo preso spunto per narrare le origini della Certosa è ovviamente tanto più ampio e dettagliato. Vi si trova, alle pp. 84-85, anche una ricostruzione della biblioteca, che dovette essere cospicua, come ogni biblioteca monastica del tempo. Seguiamo l'elenco riportato dall'insigne studioso in Analecta Pomposiana.
"A differenza della Biblioteca quattrocentesca della Certosa di Pavia per la quale è possibile raggiungere un centinaio di manoscritti, per quella di Ferrara, al di là dei pochi codici individuati dal Fava (1949), dal Leccisotti (1970), dal Gargan (1998, 2002) e dalla Bonazza (2002), non ci è permesso che volgere uno sguardo retrospettivo sull'Index della Biblioteca certosina di Ferrara redatto alla fine del Cinquecento (ms. Vaticano latino 11276, cc. 531r-546r) e su i due scarni elenchi di libri prestati a Giusto Calza nel 1484 (n. 6) e nel 1486 (n. 11) e già della biblioteca dell'umanista Francesco Marescalchi giunta in proprietà della Certosa per lascito testamentario di questi (a. 1482).
Nel primo elenco del 1484 rinveniamo l'Esposizione del Paradiso di Dante probabilmente di Benvenuto da Imola, le Epistole forse di Poggio Bracciolini, le Leggi di Platone, la Retorica di Aristotele tradotta da Giorgio Trebisonda, il Commento a Valerio Massimo di Benvenuto da Imola; nel secondo elenco del 1486 la Somma di Enrico di Susa detto l'Ostiense, lo Speculo giudiziale di Guglielmo Durante, lo Scotello (il Commento sentenziario di Pietro dell'Aquila), la Monarchia di Dante, otto quaderni delle Operette di Battista Alberti, un vocabolario greco-latino. 
Nell'Index cinquecentesco si rilevano complessivamente opere di carattere religioso (Bibbie, testi patristici, liturgici, teologici, spirituali e canonistici). L'assenza quasi totale di autori di ascesi certosina sino al 1522 come Dionigi certosino (1402-1471) e Landolfo di Sassonia (1310-1370) non si spiega se non con l'alienazione di precedenti codici di questi imprescindibili autori e la corrispondente commutazione degli stessi (ciò che si verifica pure per la letteratura classica greco-romana) in libri stampati sin dai primordi della nuova arte, operazione avvenuta avanti il 1482 e massicciamente compiutasi per tutto il cinquecento. Non è infine da trascurare la transazione intervenuta nel 1489 tra la Certosa e Giusto Calza, che non sappiamo come verificatasi"
-continua-

mercoledì 6 giugno 2018

Alle origini della Certosa

(foto tratta dal sito Italia in foto)

Borso d'Este, figlio illegittimo che Niccolò III ebbe dalla favorita di corte Stella de' Tolomei, ultimo marchese e primo duca di Ferrara, fu principe molto pio. Stefania Macioce, storica dell'arte che si è occupata a fondo e con grande accuratezza di tematiche religiose nella pittura ferrarese, evidenzia questa componente devozionale nella figura del duca titolando significativamente un suo studio su Schifanoia Il trionfo del preux chevalier Borso d'Este. Qui afferma: "la principale virtù cavalleresca di Borso è la fede; non vi è nulla infatti che egli intraprenda senza porsi sotto la protezione divina".
Borso dunque assume il potere l'1 ottobre 1450; già nel secondo anno di reggenza, il 23 marzo 1452 prende contatto con la casa madre dei Certosini a Grenoble ed esattamente un mese dopo pone la prima pietra del complesso monastico, benedetta dal vescovo della città Francesco dal Legname.
È ipotesi di Antonio Samaritani che il primo germe del patronage di Borso nei confronti dell'ordine si annidasse nell'incontro del futuro duca con il cardinale certosino Niccolò Albergati, attestato a Ferrara nel 1438 per officiare l'apertura solenne del Concilio di Ferrara-Firenze.
Già il 17 ottobre 1452 è documentata la prima spesa sostenuta dal duca per la erigenda Certosa; altre ne seguono ravvicinate nel tempo. Nel 1459 Borso dota la Certosa di beni immobiliari per dodicimila ducati, che rendevano al tempo del Guarini diecimila scudi annui. 
Il 6 maggio dello stesso anno il Capitolo generale dei monaci di Grenoble accoglie formalmente la richiesta di Borso e autorizza il priore della Certosa di Firenze a prendere possesso del Monastero, della sua amplissima dotazione e della chiesa, ancora incompleta. Il tutto viene solennemente formalizzato il 24 giugno 1459. 
Il 20 agosto dalla Chartreuse frate Francesco priore generale annuncia a tutto l'ordine che nella città di Ferrara il duca Borso ha eretto un nuovo monastero, dedicandolo a Santa Maria e a San Cristoforo. Su istanza dello stesso duca, il generale vi destina come priore Filippo, già alla domus di Firenze. La comunità risulta formata di nove membri più un converso.
Il 26 marzo 1461 Michele Savonarola, nonno di Girolamo, dedica ai monaci della Certosa il suo Confessionale.
Borso muore il 19 agosto 1471 ma la tradizionale benevolenza ducale nei confronti della Certosa viene rinnovata anche dal suo successore: il 19 ottobre dello stesso anno Ercole I conferma con lettera tutti i privilegi e le esenzioni concesse in vita da Borso; altre significative donazioni sono datate al 1472, -74 e -75.

Bibliografia:
A. Samaritani, Borso d'Este, presenza certosina, spiritualità umanistica, pietà religiosa a Ferrara (2a metà del '40-1a metà del '500), in Analecta Pomposiana 31-32, Ferrara 2008
S. Macioce, Schifanoia e il cerimoniale: il trionfo del "preux chevalier" Borso d'Este, in Atlante di Schifanoia, Modena, Panini 1989
Entrambi i contributi sono consultabili in biblioteca alle condizioni di regolamento

mercoledì 9 maggio 2018

A mille anni dal martirio: l'eredità di san Romualdo e dei Quinque fratres


Si è detto che nel 2003 il Seminario diocesano organizzò un convegno svoltosi il 15 novembre presso la sede dell'Istituto di Scienze Religiose, con successiva pubblicazione degli Atti, dedicato al millenario del martirio dei Quinque fratres
Inquadra la vicenda mons. Andrea Turazzi, oggi vescovo di San Marino-Montefeltro ma al tempo padre spirituale del Seminario, nel suo contributo al convegno:
Ricorreva l'anno 1003 quando cinque discepoli di san Romualdo, padre dei monaci camaldolesi, trovarono il martirio in terra polacca, testimoniando la loro fede in Gesù Cristo, a Miedzyrzecz, nel territorio di Zielona Gòra-Gorzow, ai tempi di Boleslao I, nella notte fra l'11 e il 12 novembre. La spedizione dei missionari era partita dalle nostre terre, precisamente da una località al confine tra Ravenna e Comacchio, ricordata con il nome di Pereo. Due missionari, Giovanni e Benedetto da Benevento erano italiani, gli altri slavi: Matteo, Isacco e Cristino (o Cristiano). La vicenda, narrata da san Bruno di Querfurt, è strettamente legata alla nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio, benchè probabilmente poco nota ai ferraresi. Il progetto di evangelizzazione dell'Est europeo, caldeggiato dall'imperatore Ottone III e dal re polacco Boleslao, venne seguito in gran parte da san Bruno di Querfurt. Sarà lui a trasmetterci la testimonianza dei cinque fratelli in un documento di grande interesse: la Vita quinque fratrum eremitarum.
Oltre a mons. Turazzi, alla pubblicazione degli atti collaborarono Marcello Simoni, don Andrea Zerbini, don Paolo Cavallari e la scrivente, sotto il benevolo sguardo di mons. Antonio Samaritani. La pubblicazione venne patrocinata da mons. Danillo Bisarello, al tempo economo del Seminario.
Il volume fa parte del fondo locale, è quindi disponibile per la sola consultazione.

mercoledì 4 aprile 2018

Analecta Pomposiana




Nel maggio del 1964, l'allora Diocesi di Comacchio promuoveva il 1° Convegno Internazionale di Studi Storici Pomposiani. "Fulcro" del Convegno era ovviamente l'omonima abbazia, monasterium modo in Italia primum al dire di Guido Monaco, alla quale vennero dedicate le 26 relazioni raccolte nel 1° volume di Analecta Pomposiana. La prestigiosa rivista, al tempo edita a cura del Centro Italiano di Studi Pomposiani, dal n. 26 del 2001 entra tra le collane promosse dal Seminario Arcivescovile e viene pubblicato da Cartografica Artigiana.
Il n. 26, titolato "Studi vari", offre ai lettori i seguenti studi:
A. Samaritani, La struttura giuridico-istituzionale del monastero fruttuariense di San Romano in Ferrara nella politica cittadina dei Marchesella-Estensi e dei da Molin di Venezia. Da recenti reperimenti archivistici dei secoli XI-XIII
E. Peverada, Gli Olivetani in San Giorgio di Ferrara. Note e documenti per il sec. XV
G.L. Bruzzone, Alcune lettere del cardinale Giovanni Stefano Donghi
A. Faoro, Ancora sulle Oblate Agostiniane della Beata Chiara di Montefalco
G.L. Masetti Zannini, Dalle veglie massoniche alle nuove confische nelle parrocchie di Cervia nel Ferrarese
M. Bianco, Saggio di indicizzazione del fondo Visite Pastorali dell'Archivio Storico Diocesano: parrocchie urbane di Ferrara e del Bondenese nei secoli XV-XVII

Volume consultabile in sede, alle condizioni che regolano l'accesso al fondo ferrarese

giovedì 22 marzo 2018

Un ospedale templare a Ferrara: Santa Maria di Betlemme in Mizzana


Sull'ipotesi che la chiesa parrocchiale di Mizzana sia stata una fondazione templare con annesso ospedale per pellegrini sussistono pochi dubbi. Di seguito alcune indicazioni bibliografiche sull'argomento.
"Proprio negli anni '40 del secolo XII, che segnano in Ferrara un assetto di forte autonomia comunale, e a cavallo della seconda crociata, in questo settore nord/ovest di approdo alla città, il più significativo per i flussi dalla Lombardia, dall'Emilia e dal Veneto, si vanno a situare, in Mizzana, l'ospedale dei templari presso S. Maria di Betlemme e quello dei canonici regolari di S. Frediano di Lucca presso S. Siro, mentre il nosocomio di S. Matteo (forse contemporaneo, e qualificato vescovile nel 1187) passa, tra il 1192 e il 1228, al robusto e specializzato ordine dei crocigeri di Bologna", A. Samaritani L'area medievale degli ospedali per pellegrini a Ferrara, Analecta Pomposiana n.17-18, 1994 pp. 5-20.

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Ne parla successivamente Paolo Sturla Avogadri, sul Bollettino della Ferrariae Decus n. 5 1994, suffragando l'ipotesi con le seguenti argomentazioni:
"a) la chiesa con annesso ospizio era appartenuta all'Ordine degli Ospedalieri di S. Giovanni e, anche se risultava esistere già nel 1146, non risultavano documenti antecedenti al 1312, anno della devoluzione dei beni templari
b) la sua costruzione era a pianta rotonda, a somiglianza del Santo Sepolcro di Gerusalemme che spesso è riprodotto nei sigilli templari
c) era dedicata a S. Maria, come solitamente facevano i Templari, contrariamente agli Ospedalieri per S. Giovanni" (passim, per ulteriori considerazioni).

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Su un altro Bollettino della Ferrariae Decus, segnatamente il n. 13 del 1998, è Silio Sarpi ad esprimersi così:
"La chiesa, sia nella forma rotonda, a somiglianza del Santo Sepolcro di Gerusalemme e sia nella dedicazione a S. Maria di Betlemme, voleva ricordare fabbriche e luoghi della Terrasanta, ben noti ai reduci della prima Crociata. Ma anche Guglielmo III degli Adelardi, dopo il padre, intervenne a Mizzana nel pantheon di famiglia. A lui con ogni probabilità va attribuita l'aggiunta alla chiesa del portico e non è azzardato supporre che quivi sia stato egli pure sepolto"

La foto è tratta dalla pagina di Wikipedia.
Tutte le fonti citate sono consultabili presso la Biblioteca.

martedì 20 febbraio 2018

La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, vol. 2

Nel 1997 usciva la seconda parte del progetto “La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio”, con il sottotitolo secoli XV-XX. Coordinatore del progetto fu ancora una volta Antonio Samaritani. Nel dettaglio, Luciano Chiappini curò il capitolo La Chiesa di Ferrara fra Umanesimo e Riforme (secc. XV e XVI); Werther Angelini è autore dell’approfondimento La Chiesa di Ferrara nell’età dell’Assolutismo (secc. XVII e XVIII) e Amerigo Baruffaldi si dedicò a La Chiesa di Ferrara nell’età del Liberalismo e del Totalitarismo (secc. XIX e XX). L’opera è di fondamentale importanza per la vastità del periodo trattato, raccoglie il testimone del primo volume che si era fermato alle soglie del Quattrocento.
Ci riguarda da vicino il breve paragrafo con il quale Luciano Chiappini illustra i primi passi del Seminario (l’anno seguente Lorenzo Paliotto dedicherà alla storia del Seminario un intero volume. Ne parleremo in un prossimo post).
Il volume è consultabile presso la nostra sala studio, negli orari di apertura della biblioteca.

venerdì 16 febbraio 2018

La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, vol. 1

La prima pubblicazione promossa dal Seminario arcivescovile di Ferrara uscì nel 1989 per i tipi di Gabriele Corbo. Il titolo era La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio. Secoli IV-XIV, prima parte di un progetto completato poi nel 1997 con l’uscita del secondo volume, dedicato ai secoli più vicini.
All’interno del libro, il prof. Amedeo Benati trattava il periodo tra tardo antico e alto medioevo, in pratica dalla fondazione della chiesa di Voghenza, esaminando a fondo le discusse tradizioni relative alle biografie di san Leo e san Maurelio, compatrono della Chiesa ferrarese. Nella seconda parte, il compianto Antonio Samaritani fraterno amico della biblioteca del Seminario trattava il periodo successivo, che vide l’affermarsi della riforma gregoriana, l’istituzione della nuova cattedrale e l’intensificarsi della religiosità laicale.
Il volume non è ammesso al prestito ma può essere agevolmente consultato presso la sala studio della biblioteca negli orari di apertura.

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...