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venerdì 18 gennaio 2019

Ancora su Sant'Antonio in Polesine


Sono giorni di festa, per il monastero benedettino di Sant'Antonio in Polesine, carissimo a tutti i ferraresi. Andiamo dunque a pescare qualche notizia da una bella pubblicazione del 2006, curata da Chiara Guarnieri e consultabile in biblioteca

"Il monastero di S. Antonio in Polesine venne fondato nel 1257 dalla beata Beatrice d'Este su un'isola che si era formata sul corso del Po e che tale rimase fino al 1451 quando Borso d'Este decise di riunificarla alla città. Nonostante ciò il suo carattere insulare è sempre rimasto ben individuabile nella planimetria urbana, ma ancora più percepibile nell'aspetto architettonico e nell'atmosfera che rimane tuttora intatta in questa parte della città. Ancora oggi i ferraresi vengono attratti da questo monastero, e varcandone la porta - che ospita ancora la statua del santo - entrano in una dimensione di pace e di sospensione del tempo. La primavera vede l'ormai consolidato rito della visita al ciliegio giapponese che fiorisce maestoso all'entrata della chiesa.
Proprio per mantenere questo aspetto unitario non ci si è voluti limitare allo studio dei dati forniti dallo scavo e dei suoi materiali, ma si è pensato di estendere una ricerca globale a tutta l'area dell'isola; un lavoro corale quindi, nel quale sono state coinvolte diverse professionalità i cui studi hanno permesso di puntualizzare - ed in alcuni casi anche di indagare per la prima volta - una realtà che si è sempre presentata a parte rispetto al contesto urbano, a cominciare dall'aspetto geomorfologico così saldamente legato alla nascita stessa del monastero"

Amplieremo certamente la lettura aggiungendo altri particolari sulla storia di un luogo tanto amato; nel frattempo, per chi desiderasse approfondire, il volume è disposizione presso la nostra sede, consultabile alle norme di regolamento

mercoledì 24 ottobre 2018

Insediamenti eremitici nella Ferrara medievale

(la foto è tratta dal sito Ferrara nascosta che ringraziamo)

«Negli anni dell'affermazione "prematura" della signoria estense nel 1240, quando Azzo VII non è ancora ufficialmente il dominus civitatis, l'eremitismo conventualizzato cittadino mette in moto un processo che coinvolgerà tutte le vecchie e nuove convivenze agostiniane non strettamente regolari in nesso di reciproca interdipendenza, e ciò partirà proprio dalla corte, con Beatrice figlia di Azzo VII.
Dal 1254 al 1257 in particolare le eremite di Beatrice, presto trasformate in benedettine sui generis, passeranno da Santo Stefano della Rotta a Sant'Antonio in Polesine, forse precedentemente agostiniano giambonita e appartenente alla nuova congregazione unitaria agostiniana dal 1256. Di qui gli eremitani agostiniani unificati si trasferiscono al vescovile e capitolare S. Andrea.
Nella zona di Sant'Andrea e nelle vicine di Santa Maria in Vado, San Tommaso, San Vitale rinveniremo ben presto e li riscontreremo fino almeno alla metà del '400 numerosi centri eremitici autonomi e più tardi il nucleo più rilevante delle case per le pinzochere che va a raggrupparsi - loro di estrazione francescana - attorno alle dimore delle oblate e degli oblati agostiniani.
[...]
Il 27 marzo 1254, a santo Stefano della Rotta presso Ferrara Beatrice d'Este, figlia del marchese Azzo VII, insieme a Meleninda da Padova compie la professione religiosa davanti al vescovo Giovanni Quirini, secondo quella regola che al papa fosse piaciuto disporre: subito dopo nel medesimo atto il presule concede loro la chiesa e il luogo della professione, con il benestare del capitolo, compresi tutti i diritti pertinenti a detta chiesa, con facoltà di costruirne altra assieme ad un nuovo claustro. Le suore non contribuiranno al vescovado altro che il censo di una libra di cera all'anno»
A. Samaritani, Conventualizzazioni di eremiti e di pinzocchere a Ferrara tra Medioevo e Umanesimo (metà sec. 13.-metà sec. 15.), estratto da: «Analecta Tertii Ordinis Regulari Sancti Francisci», n. 135, anno 15. (1982).

Il convento di Santo Stefano della Rotta insisteva su un'isola detta di san Lazzaro a motivo della chiesa e del lebbrosario, usato in seguito per ogni tipo di epidemie. L'isola si trovava sul braccio del Po di Volano, ad est della città, nel canale Diversivo tra Quacchio e l'attuale Focomorto.


lunedì 6 agosto 2018

L'abbazia di Pomposa/2

(immagine tratta dal sito www.storia-arte.eu che ringraziamo)
-riprendiamo dal precedente contributo, lo trovate qui-
Lo zelo pastorale e l'abnegazione di Guido lo inseriscono a pieno titolo nella corrente riformistica del XI secolo, portata avanti dagli imperatori sassoni e da uomini illustri come l'arcivescovo di Ravenna Gebeardo di Eichstatt e san Pier Damiani.
-su Gebeardo e Guido si legge un contributo illuminante nel sito ufficiale del comune di Codigoro-
Nel 1037 la protezione dell'arcivescovo garantì a Pomposa un decreto di concessione patrimoniale da parte dell'imperatore e, il 30 aprile 1042, Guido ottenne per Pomposa altre donazioni da parte dell'arcivescovo durante il sinodo di Ferrara celebrato nella cattedrale di San Giorgio "vecchio" (il transpadano).
Tale fu l'affettuoso rapporto tra l'arcivescovo e l'abbazia diretta da san Guido da essere raffigurato negli affreschi trecenteschi del refettorio attribuiti a Pietro da Rimini nella famosa immagine agiografica della cena miracolosa, quando san Guido trasformò in vino l'acqua contenuta nel bicchiere di Gebeardo.
L'arcivescovo si tratteneva frequentemente e di buon grado a Pomposa, al punto da far pensare ad alcuni storici che, negli ultimi anni della sua vita, si sia fatto monaco qui.
Quando morì, il 16 febbraio 1044, venne sepolto nel capitolo dell'abbazia secondo la tradizione; da qui il feretro venne spostato nella chiesa il 14 giugno 1630, come testimoniato dall'epigrafe sulla sua tomba.
-continua
Bibliografia essenziale:
Mario Salmi, L'abbazia di Pomposa, varie edizioni
Antonio Samaritani, Presenza monastica ed ecclesiale di Pomposa nell'Italia centrosettentrionale. Secoli X-XIV, Ferrara, Corbo 1996
Pio Laghi, San Guido abate di Pomposa, Ferrara, Corbo 2000
Marcello Simoni, Pomposa tra immagine e simbolo; lettura e suggestioni a margine del ciclo biblico trecentesco, Ferrara, Cartografica 2011

lunedì 30 luglio 2018

Sull'abbazia di San Bartolo a Ferrara


"L'antica Abbazia benedettina di S. Bartolomeo, che il popolo ferrarese chiama semplicemente S. Bartolo, sorge all'estrema periferia della città, in zona extramuranea, sulla strada che da Ferrara conduce a Comacchio. Secondo una tradizione tramandataci da un tardo compilatore seicentesco, il Libanori, sarebbe stata fondata nell'853 da una contessa di nome Ada o Latta, moglie di Ottone I d'Este. Nella prima metà del XIII secolo l'abbazia attraversava una fase di grave decadenza, ma le condizioni economiche iniziarono a mutare durante il pontificato di Gregorio IX con l'abate Ugo Ugolini (+1260), poi col suo successore Cristoforo, il quale fece abbellire e ridipingere la chiesa dotandola di un'antiporta sul cui architrave fece apporre la seguente iscrizione:

+ ANNO DNI MCCL / XXXXIIII HOC O / PUS 
FUIT FACTU / M TEMPORE DOMNI / 
CRISTOFORI AB / ATIS 

Il Riccomini, giustamente, ritiene che l'iscrizione non debba riferirsi solo alla costruzione del protiro, bensì a tutti i lavori che, nel periodo, interessarono la chiesa, compresa anche la decorazione ad affresco che sarà oggetto d'indagine. Pertanto la data 1294 costituirebbe un terminus ante quem per la loro realizzazione. L'abbazia infatti possedeva un ciclo pittorico che, a quanto narra il Libanori, era già scomparso verso la metà del Seicento, quando essa venne ammodernata per ordine dell'abate Dario Faccioli, secondo un progetto dell'architetto Giovan Battista Foschini.
Molto probabilmente fu in questo periodo che i dipinti del presbiterio dovettero subire quelle mutilazioni tuttora visibili nella zona inferiore, causate dall'aperture di due porte a volta ai lati dell'altare. Ma un'altra mutilazione ai nostri affreschi venne inferta nel XVIII sec., allorchè fu apposta, nella parete sinistra del presbiterio, una lapide nella zona del fregio fitomorfo che separa la scena dell'Ascensione dagli episodi della vita di San Bartolomeo, a ricordo dei lavori di rifacimento effettuati nel 1766".

(immagine tratta dal sito dei Cistercensi, ad vocem)

Il testo completo compone il XXIV capitolo de La pittura monumentale in Romagna e nel ferrarese fra IX e XIII secolo, di Silvia Pasi, edito a Bologna per i tipi University Press nel 2001, consultabile presso la Biblioteca alle condizioni di regolamento.

giovedì 5 luglio 2018

L'abbazia di Pomposa

(foto tratta dal sito Genius Camping)
L'antico monastero benedettino di Pomposa sorge sull'asse viario della Romea, strada di epoca tardo antica, parallela alla via romana Popilia che collegava l'esarcato con Venezia.
Eventi climatici favorevoli avevano permesso fra il VI e il VII secolo l'insediamento di un gruppo di monaci benedettini provenienti da Ravenna. Recenti emergenze archeologiche (1962) datano il primo nucleo ai primi decenni del secolo VI, in probabile contemporaneità con Santa Maria in Padovetere.
La prima notizia scritta su Pomposa è però dell'anno 874 e riguarda una controversia giurisdizionale tra il Vescovo di Ravenna ed il Papato; in questo diploma papa Giovanni VIII precisa a Ludovico II che il «monasterium sancte Marie in Comaclo quod Pomposia dicitur ... iure proprio retinemus».
Un diploma di Ottone I emesso nel 962 su suggerimento di papa Giovanni XII riconosce il monastero di Pomposa alla diocesi di Comacchio, a probabile prevenzione di pretese avanzate da parte degli arcivescovi di Ravenna.
Nel 982 Ottone II la aggrega a San Salvatore di Pavia, di ambito cluniacense; anche questo potrebbe essere un tentativo di metterla al riparo dalle pretese ravennati. I monaci non sembrano gradire l'abbinamento e fanno ricorso all'arcivescovo di Ravenna. Nel 999 un atto di Ottone III formalizza questa opzione e dona il monastero alla diocesi ravennate.
Gli interessi che polarizzano l'attenzione sul monastero di Pomposa da parte del pontefice, dell'arcivescovo di Ravenna, del vescovo di Comacchio e in parte forse pure dei cluniacensi di Pavia sono da ritenersi in specie legati al nodo fluviale del Volano, principale arteria d'acqua della Padania orientale avanti le rotte di Ficarolo del 1152.
Nel 1001 Ottone III visita Pomposa assieme a san Romualdo e a Bruno di Querfurt, suo cugino nonchè estensore della Vita quinque fratrum eremitarum; l'11 novembre dello stesso anno Pomposa viene dichiarata "Abbazia Imperiale". Questo diploma, oltre a sancire l'indipendenza del monastero, ammoniva tutti coloro che avanzavano pretese su Pomposa: indistintamente ferraresi, ravennati e comacchiesi, e ci dà altresì la misura di quanto fosse cresciuto il potere abbaziale nel delta del Po. Da quel momento lo sviluppo economico e spirituale dell'abbazia di Pomposa procede senza interruzioni; in particolare dopo la nomina ad abate, sostenuta dall'autorevole monaco e già abate Martino, del ravennate Guido degli Strambiati nel 1008, dopo la morte dell'abate Giovanni.
Con l'avvento di san Guido degli Strambiati ad abate di Pomposa (1008-1046) inizia il periodo più fecondo dell'abbazia benedettina: Pomposa rafforza la sua posizione giuridica ed economica, ottiene nuovi privilegi ed immunità, si assicura donazioni e contratti di enfiteusi che renderanno produttiva l'attività agricola e solido il radicamento della popolazione sul vasto territorio dell'insula Pomposiana. Aumenta in modo esponenziale il numero dei monaci, crescono di pari passo donazioni e privilegi, anche nelle limitrofe zone del Veneto e della Romagna; finalmente un diploma di conferma datato 22 giugno 1022 ne sancisce autonomia e autodeterminazione.
Da questo momento la crescita in ricchezza e prestigio dell'abbazia proseguì molto più speditamente e l'abate Guido potè finalmente dedicarsi alla ristrutturazione del monastero e della sua chiesa, di cui celebrò la riconsacrazione il 7 maggio del 1026.
-continua-

Bibliografia essenziale:
Mario Salmi, L'abbazia di Pomposa, varie edizioni
Antonio Samaritani, Presenza monastica ed ecclesiale di Pomposa nell'Italia centrosettentrionale. Secoli X-XIV, Ferrara, Corbo 1996
Pio Laghi, San Guido abate di Pomposa, Ferrara, Corbo 2000
Marcello Simoni, Pomposa tra immagine e simbolo; lettura e suggestioni a margine del ciclo biblico trecentesco, Ferrara, Cartografica 2011

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...