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martedì 3 marzo 2020

Presenza ebraica in Romagna


«Nel 1538 il Duca di Ferrara autorizzava nuovamente tutti et singuli spagnoli et parimenti tutti et singuli che haverano la lingua spagnola et tutti et singuli portugallesi et tutti et singuli che haverano la lingua portugallese, di qualunque qualitate, condizione et professione che ne siano... ad abitare ed esercitare attività commerciali nei suoi dominii. Pochi anni più tardi, nel 1542, Leuccio da Forlì quondam Mordecaio hispanico richiedeva il permesso di transitare liberamente e, se vi fosseo state le condizioni, di risiedere stabilmente nelle terre di Romagna soggette al ducato estense.

[...]

Attenzione affatto particolare dovrà essere riservata ai registri della cancelleria, specialmente alla serie dei "Decreta". Tra quelli di Leonello d'Este del 1447-1448, ad esempio, figurano le concessioni dei banchi di Lugo e Bagnacavallo. Ancora, nei registri di Alfonso II del 1575-1579 compaiono alcune riconferme per il banco di Bagnacavallo, oltre a indicazioni relative ad ebrei assolti da debiti o autorizzati ad attraversare lo Stato (nel solo periodo settembre 1576-dicembre 1578 ne ho potuto contare una quindicina)».

Gabriele Fabbrici, Fonti modenesi per la storia dell'ebraismo romagnolo, in "Ovadyah Yare da Bertinoro e la presenza ebraica in Romagna" pp. 75-89, Torino, Zamorani 1989.

giovedì 3 ottobre 2019

L'allevamento di bufale nei domini estensi

Ieri pomeriggio, presso la storica libreria Il Sognalibro, abbiamo assistito ad una conversazione davvero interessante sulla tradizione dell'allevamento di bufale nei territori estensi, impiantato pare da Eleonora d'Aragona e proseguito poi dalla nuora Lucrezia Borgia. Lo avevamo annunciato qui.

«Le bufale non venivano impiegate nei lavori agricoli, bensì per la produzione del latte e di squisiti formaggi come la ricotta (povina) e la mozzarella [...] Eleonora teneva i suoi bufali nei pressi di Finale di Modena (Finale nell'Emilia) ma anche nel Barco appena fuori le mura di Ferrara. Il suo bufalaro Cristofaro da Bergamo teneva 43 bufali e 14 bufalette nati tra il 1481 e il 1482, e i fratelli Merlo ne tenevano 59 nel 1483. Dal 1484 il numero salì ancora a 67. Il Libro delle Bestie di Eleonora segnala i nomi di tutti gli animali, normalmente posti ai neonati dal bufalaro, scegliendo i nomi secondo la sua fantasia, nomi come Peloxa, Rossina, Albanese e Lepra. Di tutto il bestiame degli Estensi, solo a cavalli cani e bufali venivano concessi i nomi».
Il virgolettato è tratto dal contributo di Diane Ghirardo Il bestiame di Eleonora, apparso nel n. 28/2008 della rivista "Ferrara - voci di una città".

Elenco con i nomi delle bufale di Eleonora d'Aragona.
Datato 1483, l'elenco è conservato presso l'Archivio di Stato di Modena, alla Camera Ducale Estense,  fondo Amministrazione dei Principi, b. 631 bis, Libro delle Bestie, c. 32 v

giovedì 6 giugno 2019

Gli Estensi: l'ascesa


Tra l'Ottobre del 2003 e il Gennaio 2004 si tenne al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles la mostra "Un Rinascimento singolare: la corte degli Este a Ferrara". In concomitanza all'evento, la Fondazione Cassa di Risparmio promosse un elegante volume contenente i contributi dei maggiori storici dell'arte locale.
Leggiamo dal saggio di Gianni Venturi, "Cultura e società estensi da Nicolò II ad Alfonso":
«Alla morte del gran marchese Nicolò III (1383-1441, Signore di Ferrara dal 1393) la questione ereditaria divenne fondamentale per le sorti del principato, ipotecandone addirittura la sopravvivenza e il declino avvenuto con la devoluzione di Ferrara al papato nel 1598. Troppi eredi e scomodi se, come vedremo, Nicolò non esitò a rendere possibile l'ascesa di Leonello (1407-1450), figlio illegittimo di Stella de' Tolomei o dell'Assassino dalla quale ebbe pure Ugo e Borso, ma ciò che interessa è che dalla schiera degli eredi i favoriti, morto Ugo nella fosca vicenda del suo amore per la matrigna Parisina, furono i figli di Stella a cui venne impartita una educazione da principe. E se l'elezione di Leonello forse oggi può spiegarsi con la tenerà età del legittimo Ercole, meno poteva essere compresa e accettata dagli storici cinquecenteschi che nella scesa al potere di Leonello intuirono la minaccia divenuta reale della devoluzione, reclamata dallo stato della Chiesa proprio per la mancanza di eredi legittimi maschi. In realtà la scelta di Leonello fortemente voluta da Nicolò che lo legittima nel testamento del 1441 fa esplodere quella straordinaria situazione esclusivamente ferrarese che vede succedersi per una sessantina di anni sul trono dello stato estense ben tre fratelli la cui educazione, intelligentemente programmata da Nicolò, fa di Ferrara e della Signoria estense uno dei capitoli più affascinanti dell'Umanesimo e di ciò che ancora oggi, forse impropriamente, chiamiamo Rinascimento»

mercoledì 23 gennaio 2019

Carnevali Rinascimentali a Ferrara


Anche quest'anno il primo segnale di primavera è dato dalle chiarine dei figuranti del palio, protagonisti del "Carnevale degli Este", ediz. 2019.
Sull'argomento possiamo consultare un bel volumetto uscito nel 2017 per la casa editrice ferrarese Nuovecarte, dalla prestigiosa penna di Gina Nalini Montanari.
Il volume reca per sottotitolo "La corte estense si diverte", e si avvale della prefazione del maestro Carlo Bassi. Ne leggiamo insieme qualche riga, invitandovi come sempre a leggere il seguito presso i locali della biblioteca, in via G. Fabbri 410.


"Il filo di questa narrazione si srotola attorno al mondo splendido della corte estense tra Quattro e Cinquecento: da Ercole I ad Alfonso II. Sono questi gli anni in cui Ferrara, assunto l'aspetto di una grande città rinascimentale, è diventata uno dei centri più rappresentativi della realtà culturale italiana. La letteratura, le arti figurative e quelle applicate, la musica, il teatro, l'astrologia e anche la botanica, sotto la protezione dei duchi, grandi mecenati, conobbero una straordinaria fioritura che elaborò un proprio linguaggio e una propria identità; mentre la corte estense diveniva un polo di riferimento per le corti europee. 
Nel mecenatismo rivolto a tutte le arti il duca individuava lo strumento duraturo, funzionale alla gestione, alla propaganda del potere e soprattutto alla sua personale affermazione. Per governare con successo era necessario ostentare bellezza, fastosità, grandezza da praticarsi con «larghezza ed ampiezza nello spendere oro e argento». Solo così si poteva perseguire la magnificentia
Dentro il mondo della corte esplodevano cerimonie, feste, spettacoli, banchetti, sontuose sfilate per le vie della città in occasione di matrimoni, battesimi e ricevimenti di ospiti illustri o di altre ricorrenze particolari. Eventi, questi, appartenenti ai rituali quotidiani della vita di corte, ma che si trasformavano in pubbliche occasioni di grande spettacolarità cui prendevano parte l'intera città e gli ospiti provenienti dalle corti più lontane".

mercoledì 12 dicembre 2018

Calvinismo a corte, l'opzione di Renata

(immagine tratta dal sito Ferrara terra e acqua, che ringraziamo)

«Particolarmente seria fu la situazione che si venne a creare nei domini estensi, dove l'eresia - pur attestata anche nell'ambiente universitario ferrarese - trovò il suo centro propulsore soprattutto nell'entourage di funzionari e collaboratori francesi che circondava la duchessa Renata di Francia, convertita al calvinismo, tanto da trasformare la sua corte (dove «fino li gargioni di stalla» sarebbero stati in grado di parlare «de le cose de Scrittura benissimo») in un punto nodale di riferimento per uomini e gruppi del dissenso religioso italiano, in grado di offrire protezione e rifugio a quanti incappavano nei rigori del Sant'Ufficio, per parte loro ben lieti di ricambiare tale ospitalità - si lamentava nell'ottobre del '48 un vescovo impegnato nella lotta all'eresia - addottrinando «quella duchessa de fina theologia». Lo stesso Calvino, a quanto pare, soggiornò brevemente a Ferrara nel 1536, all'indomani della pubblicazione a Basilea della prima edizione dell'Institutio, l'anno in cui l'arresto di alcuni «luterani ribaldi» servitori della duchessa destava grande scalpore, al punto che Ercole II in persona deplorava che si fosse «divulgato per la cittade che tutta la corte di Madama era piena di heretici». Di essa oltre a numerosi francesi, tra cui Lyon Jamet e Clement Marot che qui lavorò alla sua celebre traduzione dei Salmi, facevano parte l'umanista Fulvio Pellegrino Morato e la figlia Olimpia, poi sposatasi con un medico tedesco addottoratosi nella città estense e con lui esule in Germania nel '48».

Massimo FirpoRiforma protestante ed eresie nell'Italia del Cinquecento, Bari, Laterza 2004. Il volume è consultabile presso la biblioteca, ma pure accessibile al prestito esterno, alle norme di regolamento.

martedì 27 novembre 2018

La miniatura estense


Nel 1994 la Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara patrocinò la pubblicazione di un saggio di Hermann Julius Hermann su La miniatura estense (ed. Panini), volto ad approfondire la magnificenza della produzione decorativa libraria presso la corte di Ferrara, certamente una delle più rappresentative del Rinascimento padano. Il volume è ovviamente uno scrigno di delizie, e sarebbe impossibile in questa sede riprodurre lo splendore delle illustrazioni. Chi lo volesse consultare personalmente può farlo presso la nostra sede, negli orari di apertura.
Intanto possiamo leggere qualche notizia insieme, quale anticipo di eventuali approfondimenti:
«Il più antico miniatore ferrarese, di cui si conosce l'esistenza, è Giovanni Alighieri, un carmelitano del monastero di S. Paolo a Ferrara. Secondo Baruffaldi aveva decorato con vivaci figurine un codice di Virgilio trascritto da Ugolino de Lentio. Il manoscritto passò dalla biblioteca dei carmelitani di S. Paolo a Ferrara in proprietà del conte Alfonso Alvarotti di Padova e più tardi, presumibilmente, nella biblioteca del Seminario di Padova, dove il codice deve essere andato smarrito.
[...]
Il manoscritto era interessante anche per una nota posteriore da cui risultava che nel 1242 un certo pittore Gelasio di Niccolò de la Masnà de Sancto Giorgio, che aveva imparato a dipingere a Venezia presso Theophanes di Costantinopoli, aveva dipinto per Azzo Novello d'Este e per il vescovo di Ferrara Filippo Fontana. L'autenticità di tale notizia è stata giustamente messa in dubbio sia da Frizzi, sia da Tiraboschi. Essendo il codice attualmente scomparso non possiamo avere nessuna idea precisa sul più antico documento della miniatura ferrarese, nè possiamo verificare se Giovanni Alighieri appartenesse alla stessa famiglia del grande omonimo fiorentino o fosse un maestro veronese».
-segue-

martedì 20 novembre 2018

Beatrice d'Este 1475-1497


"Beatrice d'Este andò sposa a Ludovico Sforza nel 1491 e morì nel 1497. Nei sei anni della sua presenza a Milano fu compagna solidale con i progetti che il Moro perseguiva e che portarono alla legittimazione del suo potere da parte dell'Impero. Amante del lusso, della caccia, del gioco, volitiva e ambiziosa, fu al centro della vita della corte milanese nel momento del suo massimo splendore".
-dalla quarta di copertina-

Nel 2008 per le Edizioni ETS uscì un pregevolissimo volume che dava conto della giornata di studi  su Beatrice d'Este tenutasi nel 1997 presso l'Università di Pavia, per l'occasione del quinto centenario dalla morte. Al tempo non fu evidentemente possibile la pubblicazione degli atti, cosicchè  se ne fece carico dieci anni dopo Luisa Giordano, coordinatrice del convegno assieme a Renata Crotti. Ne uscì un volume tematico composto dalle relazioni di chi aveva partecipato direttamente, ma aperto a nuovi contributi che si erano nel frattempo andati sviluppando.

Leggiamo una interessante nota di costume dalla relazione di Alessandra Ferrari (p. 46):
"Da un altro personaggio caro alla corte estense, Bernardino Prosperi, apprendiamo che grazie alla sua fantasia senza pari e alle immense ricchezze di cui poteva disporre, Beatrice conservava nel solo castello di Vigevano ottantaquattro abiti, di modo che il suo guardaroba, come ebbe a commentare durante una visita la madre Eleonora, sembrava «una sacristia apparata di piviali».
Tutto questo sfarzo non appagava soltanto i gusti e le inclinazioni di Beatrice, ma nella mente di Ludovico il Moro aveva anche una chiara funzione pubblica, quale espressione della sua potenza e della ricchezza della casata sforzesca".

L'intero volume è consultabile presso la Biblioteca; non è accessibile al prestito esterno.

giovedì 15 novembre 2018

Il Duca Borso d'Este e la politica delle immagini nella Ferrara del Quattrocento


Nel 2007 per le Edizioni Cartografica uscì un prezioso saggio di Micaela Torboli, sul governo di Borso d'Este. Ne riportiamo alcuni passi dall'Introduzione, chi volesse approfondire può consultarlo in biblioteca.

«Borso d'Este, marchese e duca, signore di Ferrara dal 1450 al 1471, non gode del favore degli storici d'oggi. Schiacciato dal confronto con il suo predecessore, l'elegante, colto, raffinato Leonello, e perdente nell'opinione degli studiosi rispetto a colui che gli successe, il fratellastro Ercole I - personaggio giustamente ritenuto di alto profilo - Borso è spesso presentato nei numerosi volumi in cui ci si occupa di lui in modo tale da sottolineare soprattutto i presunti aspetti ritenuti negativi del suo essere e del suo operato. Borso era, secondo questa tendenza critica, di fatto prevalente, vanesio fino all'eccesso, amante dell'adulazione al punto di circondarsi di rado di intellettuali di valore preferendo mediocri pennivendoli disposti a comporre lodi sperticate in suo onore dietro lauti compensi, rozzo ed incolto, tanto da non conoscere il latino. Dietro una facciata amabile avrebbe nascosto una feroce volontà di emergere, accoppiata ad una notevole scaltrezza nutrita dalla sua tendenza all'ambiguità, che avrebbe toccato anche il comportamento sessuale. Ovviamente ci sono dei però. Intanto cito Gundersheimer: "Di certo egli era immensamente popolare. Gli studiosi che hanno trovato la sua cultura scarsa, i suoi gusti convenzionali, il suo governo severo, i suoi giudizi vendicativi e il suo amore di far mostra di sè volgare hanno avuto difficoltà a rassegnarsi a questo fatto assolutamente ovvio", ovvio forse finchè Borso non sarà davvero valutato secondo la mentalità del suo tempo, lasciando da parte considerazioni che non si attagliano adeguatamente alla cultura in cui visse.


Queste critiche serrate a Borso infatti sono quasi tutte di natura moderna, perchè per i ferraresi suoi contemporanei (e per molti secoli a venire, prima di cominciare ad avere una "cattiva stampa") Borso fu un modello inarrivabile di signore perfetto, di gran lunga il più elogiato degli Estensi, e poi rimpianto con fervore, a livello popolare fino ai giorni nostri, e non è raro trovare qualche anziano il quale, deprecando la pochezza dell'oggi, come i suoi antenati afferma con un sospiro "Non è più il tempo del duca Borso!". Pensiamo soltanto al ritratto che di Borso ci tramandano testi non destinati alla conoscenza pubblica, come le Croniche di Ugo Caleffini, dove si legge di Borso appena deceduto che egli era stato "dio della pace, refugio di miseri et socorso di poveri... dio de la liberalitade et dio di poveri huomini... parea in Ferrara che ad ogni persona fosse morto patre et matre". Un formidabile elenco di tutto quanto d'importante e grandioso era stato fatto per la capitale e per i sudditi nei vent'anni di dominio di Borso si trova nel celebre Diario ferrarese, dove il duca viene ancora una volta definito come una divinità in terra»

giovedì 27 settembre 2018

Sulla corte di Renata

(immagine tratta dal sito Il professore, che ringraziamo)

Proponiamo oggi un breve brano tratto dal contributo di Chiara Franceschini La corte di Renata di Francia (1528-1560), pubblicato all'interno del volume 6 della prestigiosa Storia di Ferrara pubblicata nel 2000 per i tipi di Corbo editore.
"Dall'inizio alla fine del periodo in cui Renata di Valois, figlia di Luigi XII e di Anna di Bretagna, visse a Ferrara, e cioè dal 1528 al 1560, il complesso di familiari e servitori al suo servizio fu costantemente all'origine di squilibri e tensioni interne alla Casa d'Este, che si ripercossero sui rapporti diplomatici tra il Ducato e la Corona francese. Appare dunque opportuno chiedersi perchè la maison della duchessa fosse al centro di tanti contrasti. Il compito è facilitato dal fatto che la più ricca e meno scandagliata documentazione superstite relativa a Renata di Francia riguarda proprio la sua corte. Mentre, infatti, la corrispondenza personale della duchessa venne per la maggior parte distrutta a Ferrara insieme con i suoi libri perchè troppo compromettente, la quasi totalità dei registri amministrativi della maison è pervenuta fino a noi grazie, con ogni probabilità, a una successione ereditaria matrilineare. Alla morte della duchessa, avvenuta a Montargis nel 1575, i registri restarono presumibilmente alla figlia Anna, che in seconde nozze aveva sposato Jacques de Savoie duca di Nemours, e confluirono verso la metà del Seicento nell'archivio dei Savoia.
Se questa fonte è stata relativamente trascurata, ciò si deve soprattutto al fatto che l'attenzione degli studiosi si è concentrata sulle vicende personali di Renata e sulla questione della sua fede religiosa, assai più che sul contesto istituzionale ecultrale in cui aveva vissuto. Gli argomenti più dibattuti dalla storiografia sono stati la durata e le implicazioni della visita di Calvino a Ferrara, la sincerità del ritorno di Renata al cattolicesimo nel 1554 e la professione di fede al momento della morte, mentre il suo "piccolo circolo di corte", pur riconosciuto come centro importante nella mappa dell'eresia in Italia, è rimasto sempre sullo sfondo".

L'intero articolo è consultabile in biblioteca secondo regolamento.

lunedì 10 settembre 2018

Alle origini della "cattiva fama" di Lucrezia Borgia

(Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di santa Caterina di Pinturicchio)
immagine tratta da Wikipedia, ad vocem

Comporre un mosaico di notizie "veritiere" circa Lucrezia Borgia risulta particolarmente difficile. I problemi storiografici sono di varia natura, su tutti ovviamente la necessaria riabilitazione della sua figura dal mito romantico della cattiva fama.
Fino a circa un secolo fa, l'alone di malvagità e corruzione che circondava la famiglia Borgia sottintendeva che anche Lucrezia vi fosse strettamente connessa. Di questa fama, Guicciardini era certamente tra i capostipiti, ma fu la letteratura romantica a perfezionare il ritratto riprovevole che tutti conosciamo. La veste "letteraria" è di Victor Hugo che nel 1833 ne fece la protagonista di una tragedia greca; la trasposizione operistica fu di Donizetti. A metà dello stesso secolo il capolavoro di Jacob Burkhardt La cultura del Rinascimento in Italia consacrava anche sul piano storico la "leggenda nera" dei Borgia.
La prima autorevole biografia su Lucrezia si deve allo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, autore di una monumentale Storia di Roma nel medioevo. Nonostante la sua imponente documentazione privilegiasse il periodo romano della figlia di Alessandro VI, egli iniziò a portare alla luce la vicenda biografica separando le dicerie dagli episodi accertati, ed inaugurando così la classificazione dicotomica in cui vennero da allora posti tutti gli studiosi di Lucrezia, divisi tra innocentisti e colpevolisti, con effetti anche paradossi per cui ad esempio lui protestante era innocentista mentre il cattolicissimo von Pastor colpevolista.
Solo nel 1901 lo storico inglese Robert Davidsohn analizzando un codice della biblioteca nazionale di Firenze scoprì che Lucrezia aveva assunto l'abito di terziaria francescana ed era stata sepolta con quella veste. Alla religione della duchessa nessun rilievo particolare continuò ad esser dato per lungo tempo, finchè nel 1981 un importante saggio di Antonio Samaritani, v. nota 1, poneva specificamente il problema riesaminando la corrispondenza mantovana della duchessa, i rapporti con i confessori e i monasteri, la vita devota condotta a corte.
Contributo documentario per un profilo spirituale e religioso di Lucrezia Borgia nella Ferrara degli anni 1502-1519, in: Analecta Tertii Ordinis Regularis (ATOR) 14, 1981 
-segue-

martedì 3 luglio 2018

Barbara d'Austria

Chiesa del Gesù, mausoleo a Barbara d'Austria, foto tratta da Wikipedia
Continuando la tradizione che vuole le duchesse estensi molto devote alle chiese della città, Barbara d'Austria penultima duchessa legittima di Ferrara volle essere inumata nella chiesa del Gesù. Profondamente religiosa, Barbara era figlia di Ferdinando I e di Anna di Boemia, quarta di sei sorelle. Nel 1565 sposò Alfonso II che era alla disperata ricerca di un erede per tentare di trattenere Ferrara agli Estensi; neppure questa unione si rivelò fertile (in precedenza Alfonso aveva già sposato Lucrezia Medici, dopo la morte di Barbara ritenterà con Margherita Gonzaga, senza successo).
Sebbene di sangue imperiale, da subito si offrì alla città con atteggiamento per nulla altezzoso e seppe conquistarsi in breve l'affetto del marito, della corte e del popolo tutto. L'ambasciatore veneto Contarini, descrivendo l'atteggiamento dei ferraresi verso le loro duchesse disse che «di niuna si erano contentati come di questa». All'esatto opposto della suocera, l'altera Renata, Barbara aveva subito adottato le usanze ferraresi e studiato l'italiano. La sua corte si era ben amalgamata con quella estense, ed ebbe ottimi rapporti con le cognate. Non conobbe mai di persona la suocera, perchè già ripartita per la Francia, tuttavia sono attestati rapporti epistolari improntati al massimo rispetto e filiale osservanza: la informava degli eventi di corte firmandosi «obbedientissima figliola».
Di temperamento pio e devoto, ogni giorno assisteva a tre messe; continuativamente attenta all'assistenza di poveri e bisognosi, in seguito al devastante terremoto che squarciò Ferrara nel novembre del 1570 fondò il Conservatorio per le orfane di santa Barbara, servendosi unicamente di finanze personali; fu per questo molto amata dal popolo ferrarese. Morì di malattia polmonare a soli 33 anni; durante la malattia l'ambasciatore fiorentino Bernardo Canigiani scrisse «La città tutta motu proprio prega per la sua salute giorno e notte, sine intermissione». Alla sua morte, lo stesso riferì che «il dolore per questa perdita del signor Duca, di tutti gli stati et maxime della povertà non si potrebbe mai scrivere». Anche la suocera espresse le proprie condoglianze al figlio, inviando un biglietto nel quale definiva la nuova «donna tanto amabile, per me come una figlia amatissima».
Il mausoleo che la ricorda, attribuito a Francesco Casella, venne eseguito nel 1591, ben vent'anni dopo la morte della sfortunata duchessa, seguendo in ciò i rallentamenti della fabbrica più volte interrotta. Nel frattempo le sue spoglie mortali rimasero esposte in una semplice cassa ricoperta da un drappo di velluto nero. Il busto fu probabilmente scolpito su un calco preso sul viso della defunta; la riproduzione dei lineamenti è quindi estremamente verosimile. Ai lati, due figure allegoriche su volute di marmo rosso, di cui sono fatti anche sarcofago e basamento, mentre ancora bianchi appaiono i putti, i festoni e l'aquila estense che veglia sulla lapide.

mercoledì 6 giugno 2018

Alle origini della Certosa

(foto tratta dal sito Italia in foto)

Borso d'Este, figlio illegittimo che Niccolò III ebbe dalla favorita di corte Stella de' Tolomei, ultimo marchese e primo duca di Ferrara, fu principe molto pio. Stefania Macioce, storica dell'arte che si è occupata a fondo e con grande accuratezza di tematiche religiose nella pittura ferrarese, evidenzia questa componente devozionale nella figura del duca titolando significativamente un suo studio su Schifanoia Il trionfo del preux chevalier Borso d'Este. Qui afferma: "la principale virtù cavalleresca di Borso è la fede; non vi è nulla infatti che egli intraprenda senza porsi sotto la protezione divina".
Borso dunque assume il potere l'1 ottobre 1450; già nel secondo anno di reggenza, il 23 marzo 1452 prende contatto con la casa madre dei Certosini a Grenoble ed esattamente un mese dopo pone la prima pietra del complesso monastico, benedetta dal vescovo della città Francesco dal Legname.
È ipotesi di Antonio Samaritani che il primo germe del patronage di Borso nei confronti dell'ordine si annidasse nell'incontro del futuro duca con il cardinale certosino Niccolò Albergati, attestato a Ferrara nel 1438 per officiare l'apertura solenne del Concilio di Ferrara-Firenze.
Già il 17 ottobre 1452 è documentata la prima spesa sostenuta dal duca per la erigenda Certosa; altre ne seguono ravvicinate nel tempo. Nel 1459 Borso dota la Certosa di beni immobiliari per dodicimila ducati, che rendevano al tempo del Guarini diecimila scudi annui. 
Il 6 maggio dello stesso anno il Capitolo generale dei monaci di Grenoble accoglie formalmente la richiesta di Borso e autorizza il priore della Certosa di Firenze a prendere possesso del Monastero, della sua amplissima dotazione e della chiesa, ancora incompleta. Il tutto viene solennemente formalizzato il 24 giugno 1459. 
Il 20 agosto dalla Chartreuse frate Francesco priore generale annuncia a tutto l'ordine che nella città di Ferrara il duca Borso ha eretto un nuovo monastero, dedicandolo a Santa Maria e a San Cristoforo. Su istanza dello stesso duca, il generale vi destina come priore Filippo, già alla domus di Firenze. La comunità risulta formata di nove membri più un converso.
Il 26 marzo 1461 Michele Savonarola, nonno di Girolamo, dedica ai monaci della Certosa il suo Confessionale.
Borso muore il 19 agosto 1471 ma la tradizionale benevolenza ducale nei confronti della Certosa viene rinnovata anche dal suo successore: il 19 ottobre dello stesso anno Ercole I conferma con lettera tutti i privilegi e le esenzioni concesse in vita da Borso; altre significative donazioni sono datate al 1472, -74 e -75.

Bibliografia:
A. Samaritani, Borso d'Este, presenza certosina, spiritualità umanistica, pietà religiosa a Ferrara (2a metà del '40-1a metà del '500), in Analecta Pomposiana 31-32, Ferrara 2008
S. Macioce, Schifanoia e il cerimoniale: il trionfo del "preux chevalier" Borso d'Este, in Atlante di Schifanoia, Modena, Panini 1989
Entrambi i contributi sono consultabili in biblioteca alle condizioni di regolamento

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...