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venerdì 5 luglio 2019

I Classici dell'Arte: Vittore Carpaccio


Presso la Biblioteca è possibile consultare l'intera collana "I classici dell'Arte", nata dalla collaborazione Skira/Rizzoli e distribuita con il Corriere della Sera.
Leggiamo una breve presentazione nel volume dedicato a Carpaccio. L'autore è Manlio Cancogni.

«Carpaccio di cui si è detto ch'era un pittore di genere, un narratore, un contafavole, un fantastico e, passando all'esame critico delle origini, un ferrarese, un fiammingo, un allievo del Mantegna, di Antonello, di Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, un "caso difficile" insomma, mi pare che debba essere visto innanzi tutto come un "caso" d'estrema semplicità. Con ciò non si vuole dire che il Carpaccio sia un naif, e ancora meno alla naïveté del Doganiere, si sa anche troppo bene che il Carpaccio era tutt'altro che un ignorante. Aveva visto molto e la sua pittura è piena di riferimenti letterari. La semplicità di cui si parla a proposito del Carpaccio è la capacità di seguire fedelmente la propria natura, utilizzando nel modo più conveniente il materiale fornito dalla propria esperienza, senza altri problemi. E la natura del Carpaccio consisteva soprattutto in un'estrema attenzione alla realtà, in una curiosità lucida per ciò che è visibile, che non ha riscontro nella pittura del suo tempo».

La collana è consultabile presso la sala studio ma pure accessibile al prestito, alle norme di regolamento.

martedì 29 gennaio 2019

La Madonna in trono di Ercole de' Roberti


Madonna in trono
Ercole de' Roberti (1461 ca.-1496)
Ferrara, Pinacoteca Nazionale

"Nel dipinto di Ercole de' Roberti, lo sguardo premuroso di una madre, rivolto a un figlio che ci guarda incuriosito, si abbina al lieve tocco delle mani che carezzano il Bambino più che sostenerlo. Ma questa apparente dolcezza si coniuga a una serie di dettagli iconografici che rinviano alla futura morte di Cristo: la lastra marmorea su cui siede Maria ricorda la pietra del sepolcro, mentre le rose rosse, con le spine ben evidenti, richiamano il peccato originale, redento dal martirio di Cristo sulla croce.

(dettaglio da Antoon van Dick, Ritratto di donne con rose

La rosa rossa, più in generale, è simbolo di martirio (Durandus, Rationale, III, 18) e per sant'Ambrogio rinvia al sangue versato da Cristo. Il simbolismo della rosa, peraltro, si adatta bene anche a Maria: lo stesso sant'Ambrogio racconta come la rosa fosse in origini priva delle spine che sarebbero apparse solo dopo il peccato originale; per questo Maria, nata senza macchia, viene definita da Ambrogio «rosa senza spine». La rosa, inoltre, compare nelle litanie lauretane («Rosa mistica») e Dante (Paradiso XXIII, 73-74) ci presenta Maria come «la rosa in che 'l verbo divino / carne si fece». La rosa rossa infine simboleggia i dolori della Vergine durante la Passione"

Il brano è tratto dal volume La Bibbia nella pittura ferrarese, a c. di Andrea Emiliani e Gianni Venturi, Fondazione Carife, Viviani editore 2009; l'intero contributo è consultabile in biblioteca alle norme di regolamento.

giovedì 20 dicembre 2018

Sull'iconografia della Trinità




Il volume Padri e figli, catalogo della 15a Mostra Internazionale d'Arte di Illegio, contiene un prezioso contributo di Chiara Guerzi, giovane storica dell'arte ferrarese, dal titolo A margine dell'iconografia del Trono di Grazia tra XIV e XV secolo: qualche esempio di ambito bolognese e ferrarese. Ne leggiamo un brano iniziale, corredandolo con la foto della tavola in oggetto


"Sulla tavola con il Trono di Grazia della Pinacoteca di Ferrara, una delle più famose e commoventi del tardogotico padano, il Dio Padre, ieratico e frontale, seduto su un grande trono marmoreo finemente lavorato e coronato dai tipici fastigi a pigna, regge la croce con il Figlio esanime. Lo sguardo è fisso sullo spettatore. Lo Spirito Santo sotto forma di colomba, oggi identificabile solo grazie a minimi residui della pellicola pittorica, occupava lo spazio tra le teste di protagonisti all'incrocio delle assi della croce: una tra le aree del dipinto che più di tutte ha sofferto per l'attacco di insetti xilofagi, assieme al fondo un tempo dorato. Presente nel museo sin dal momento della sua istituzione nel 1837, vanta una provenienza dal collezionismo ferrarese settecentesco, ma nessun indizio soccorre a stabilire l'ubicazione ab origine di questa pala d'altare di medie dimensioni, che testimonia l'esistenza di un altare dedicato alla Trinità cui il committente, identificato dai due signa entro compasso ai lati del suppedaneo, doveva essere devoto. Alla presenza di questa marca epigrafica iterata, incentrata sulla coesistenza delle due lettere capitali «G» e «Ç» è da imputare la denominazione del pittore che, entro il primo decennio del Quattrocento, assunse l'incarico di tradurre figurativamente il dogma trinitario: il cosiddetto «Maestro G.Z.» (normalizzando in «Z» la C cedigliata che compare in seconda posizione).


La tavola incarna quindi il name-piece del gruppo di opere riferite all'anonimo pittore tardogotico, che oggi si tende ad identificare con il documentato pittore ferrarese Michele di Iacobo Dai Carri; questi, che le fonti dicono artista affermato attorno al 1400 e ancora in vita il 15 febbraio 1440, fu pittore di punta della corte di Nicolò III d'Este (1393-1441), richiestissimo dalle famiglie dello stretto entourage del marchese".

Il resto dell'articolo è consultabile presso la Biblioteca, in via Fabbri 410

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...