giovedì 18 ottobre 2018

Marco Zoppo, per ricordare Berenice

Nel marzo 2011 ci lasciava una grande amica del Seminario: Berenice Giovannucci Vigi, storica dell'arte che ha curato volumi sul Museo Diocesano, sulla Porta dei Mesi, sui Corali della Cattedrale, sulla pittura del Seicento. Giovanni Sassu, curatore dei Musei di Arte Antica e del Museo della Cattedrale di Ferrara, la ricordava così: "Chi ha avuto la fortuna di frequentarla, colleghi, allievi, amici o semplici conoscenti, non poteva che rimanere colpito dalla sua straordinaria energia, dalla sua voglia incontenibile di fare, dall'urgenza del condividere le proprie passioni e il suo amore per l'arte" (Un ricordo di Berenice, protagonista silenziosa della vita culturale ferrarese, in: "Ferrara. Voci di una città" n. 34, 2011).


Leggiamo un breve cenno tratto dal suo volume Marco Zoppo e il suo tempo, Bologna, Nuova Alfa 1993:
"Nel 1433, come si deduce da un documento reso noto da I.B. Supino solo nel 1925, Marco Ruggeri, detto Marco Zoppo, nasce a Cento. Dalle nuove fonti oggi disponibili, esaminate dal Samoggia, veniamo a sapere che il padre di Marco, Antonio, era stato creato notaio a Ferrara, aveva esercitato tale professione tra Pieve e Cento, e si era trasferito poi a Bologna" [...]
"Attirato verosimilmente dal nuovo clima artistico, rinnovato rispetto alle tendenze ancora tardogotiche della cultura figurativa padana dalle imprese di Donatello nella basilica del Santo e di Mantegna nella chiesa degli Eremitani, lo Zoppo intorno al 1453 è a Padova. I documenti resi noti dal Lazzarini citano "Marcus Pictor, filius Antoniji Rucerij" tra quanti frequentano la rinomata bottega di Francesco Squarcione, maestro forse più impresario che pittore, famoso per essere a capo di uno "studium" aperto fin dal 1431 a numerosi allievi, tra i quali si troverà anche Mantegna".

Il volume su Marco Zoppo è consultabile in biblioteca alle norme di regolamento.


mercoledì 17 ottobre 2018

La chiesa e il convento di San Paolo dei carmelitani

(immagine tratta da Wikipedia)

Nel 1999 il Bollettino della Ferrariae Decus dedicava una monografia a La chiesa ed il convento di S. Paolo a Ferrara (Cartografica artigiana, 1999). Si tratta di un volume molto approfondito, prezioso per ricostruire la storia della secolare istituzione nelle varie e controverse fasi che ha attraversato.
Leggiamo dal contributo di Laura Graziani Secchieri:
"Il documento più antico che abbiamo individuato è datato 1295 e mostra una piccola chiesa affiancata dalla casa parrocchiale a lato del sagrato, mentre confinava con la torre e le case della famiglia di antica nobiltà dei Leuti presso la via delle Volte, per mezzo del cimitero: un atto del 1392 indica che quest'ultimo si estendeva anche lungo il fianco orientale della pieve. Le fondi bibliografiche tramandano che già dal X secolo la chiesetta di San Paolo sorgeva in prossimità delle principali arterie altomedievali (le vie Grande e delle Volte, appunto) ma, con la sua facciata rivolta a nord, era tutta proiettata verso il cuore economico (la piazza del mercato), religioso (la cattedrale) e politico (il palazzo della Ragione) della Ferrara comunale. Era sotteso, perciò, da un intento di politica urbana il gesto del vescovo Federico che affidava nel 1295 la chiesa parrocchiale di S. Paolo con tutti i suoi beni ai frati della Beata Maria del Monte Carmelo, in sostituzione del Rettore precedente, colpevole di condotta poco rigorosa".
(L. Graziani Secchieri, Le vicende storiche e le trasformazioni architettoniche della chiesa e del complesso conventuale di S. Paolo).
Il volume è custodito presso il fondo locale della Biblioteca, ed è consultabile solo in loco.

lunedì 15 ottobre 2018

Il monastero di San Bernardino

(entrambe le immagini sono tratte da Wikipedia,
questa sopra è un ritaglio dalla pianta di Andrea Bolzoni
)

Il monastero di san Bernardino, oggi perduto, sorgeva tra le vie Giovecca e Mortara. Originariamente sorto come monastero maschile cistercense, era stato poi destinato alla comunità di benedettini di San Bartolo fuori le mura. Iniziata l'Addizione erculea, il duca Ercole I aveva proposto ai monaci di spostare il monastero all'interno della città, offrendo loro l'area di corso Giovecca che noi contemporanei conosciamo per aver ospitato a lungo l'ospedale cittadino.


Riferimenti alla facciata di un nuovo monastero nella Terra Nova per i monaci di San Bartolo sono presenti nell'anonimo Diario ferrarese sotto l'anno 1496. Documenti d'archivio mostrano che già nel 1498 i monaci davano incarico ad artigiani e muratori di iniziare la costruzione sia della chiesa che del monastero. Ma i lavori procedevano a rilento, pare che i monaci non gradissero quella che dovette apparire una vera e propria "deportazione" forzata dalla campagna alla città, così nell'autunno del 1509, quattro anni dopo la morte di Ercole, la nuora Lucrezia acquistò lo stabile per quattromila lire ferraresi e lo trasformò in convento dedicato alla nipote Camilla.
Un cronista dell'epoca riferisce che nel 1510 la duchessa assieme a Camilla condusse un gruppo di ventidue monache del Corpus Domini a San Bernardino; alla loro direzione era stata nominata suor Laura Boiardi, già badessa al Corpus Domini e figura carissima alla stessa Lucrezia.
Riccamente dotato, il monastero disponeva di un'Annunciazione a destra dell'altare, di mano sconosciuta ma attribuita a Dosso, e di una pala d'altare di Scarsellino, oggi alla Pinacoteca di Brera.

Bibliografia essenziale:
A. Bargellesi, Camilla Borgia e il convento di San Bernardino in Ferrara, in: Studi vari, Rovigo 1955
D.Y. Ghirardo, Strutturazione e destrutturazione del Convento di San Bernardino, in: Analecta Pomposiana 27, Ferrara 2003
A.M. Fioravanti Baraldi, Un singolare episodio di committenza femminile a Ferrara: il monastero di San Bernardino, in: Caterina Vigri, la santa e la città, Firenze 2004
A. Tissoni Benvenuti, L'arrivo di Lucrezia a Ferrara, in: Lucrezia Borgia, Firenze 2006

mercoledì 10 ottobre 2018

Ancora sui Gesuiti a Ferrara

(immagine tratta da Il Messaggero, ediz. 27 settembre 2017)
La presenza della Compagnia di Gesù a Ferrara è nodale in quanto si intreccia sia con la vicenda di Renata di Francia, segnatamente con i sospetti di eresia che gravavano su di lei, e che indussero Ercole II a richiedere l'intervento di Claudio Jajo, teologo gesuita del concilio di Trento, come direttore spirituale della moglie (1547)a; sia con l'istituzione della Casa dei catecumeni (1584), al cui programma formativo i gesuiti collaborarono rivestendo un ruolo di primo piano, secondo l'autorevole testimonianza di Daniello Bartoli, certamente il più celebre dei gesuiti ferraresi.
a, nel 1551 Ignazio di Loyola tentò di nuovo la conversione della duchessa, inviando a Ferrara il rettore del collegio romano Jean Pelletier, segno evidente che l'obiettivo non era stato perseguito.

Sul tema, seguiamo ancora Luigi Pepe:
"La storia dei gesuiti a Ferrara ha origini antiche e essenzialmente dinastiche: inizia con il sostegno dato alla Compagnia da Ercole II d'Este, figlio di Lucrezia Borgia e quindi parente di Francesco Borgia. Ercole intervenne anche nel 1540 presso papa Paolo III a favore del riconoscimento canonico della Compagnia. Pochi anni dopo fu Ercole ad aver bisogno dei gesuiti per difendersi dai sospetti di eresia che gravavano sulla sua corte, a causa dell'adesione occulta al calvinismo della moglie Renata di Francia. Egli ottenne che il teologo del Concilio di Trento Claudio Jajo fosse inviato a Ferrara come direttore spirituale nel 1547. Pochi anni dopo nel 1550 arrivava a Ferrara dalla Spagna Francesco Borgia, che dispose, in accordo con mons. Alfondo Rossetti vescovo di Comacchio e poi di Ferrara, la fondazione di un Collegio dei gesuiti a Ferrara. La storia di questi eventi è magistralmente raccontata dal più illustre dei gesuiti ferraresi: Daniello Bartoli.
Ferrara fu devoluta nel 1598 allo Stato pontificio, ma conservò lo Studio e divenne capoluogo della più settentrionale delle Legazioni pontificie, al confine con i territori della Repubblica di Venezia. In conseguenza dell'interdetto e dell'espulsione dei Gesuiti dai territori della Repubblica fu accolto a Ferrara, dove cessò di vivere, il celebre bibliografo della Compagnia Antonio Possevino".
Il contributo, dal titolo I gesuiti a Ferrara e la cultura scientifica, è contenuto nel volume "La presenza in Italia dei gesuiti iberici espulsi. Aspetti religiosi, politici, culturali", a cura di Ugo Baldini Gian Paolo Brizzi, Bologna, Clueb 2010.
Il saggio fa parte del fondo moderno alla collocazione 255.53/PRE BAL ed è accessibile al prestito.

lunedì 8 ottobre 2018

La Biblia española


Il Cinquecento ferrarese è teatro di un'ampia letteratura di traduzione di testi ebraici. In questo contesto culturale si inquadra la Biblia en lengua española traducida palabra por palabra de la verdad Hebrayca por muy excelentes Letrados, vista y examinada por el oficio de la Inquisicion, con Privilegio del Ylustrissimo Señor Duque de Ferrara", la "Bibbia di Ferrara" stampata in città tra il 1551 e il 1553 dai tipografi ebrei Avraham Usque, portoghese conosciuto anche col nome di Duarte Pinel, e Yomtob Atias alias Jerónimo de Vargas, marrano spagnolo. "Si tratta di un'opera di sintesi e di pacificazione tra i maestri ashkenaziti italiani, tale da essere gradita pure ai cristiani attraverso le molte varianti raccolte del testo" (Samaritani, Profilo, v. indicazioni bibliografiche finali). 
La prima edizione era dedicata a doña Gracia Nasi (1510-1569), ebrea portoghese giunta nella nostra città nel 1550; una seconda redazione di poco divergente, "adattata" potremmo dire alla lettura cristiana, fu presentata ad Ercole II e a lui espressamente dedicata.
"In un periodo nel quale l'attesa messianica si era fatta più vivida presso gli ebrei, la traduzione della Bibbia costituiva un auspicio di pace per il popolo, approdato al «placido e sicuro porto di Ferrara», così come richiamava il frontespizio della Biblia. Ben presto tuttavia, nel settembre 1553, l'Inquisizione romana decretò il rogo del Talmud. L'anno dopo, Ferrara venne prescelta a sede del Congresso rabbinico italiano al quale parteciparono rappresentanze di quattordici comunità ebraiche e, pur dopo il decreto pontificio del 1553, il duca Ercole II autorizzava la fondazione di un Istituto di studi ebraici".
Una copia della Biblia española è custodita in città presso la Biblioteca Comunale Ariostea.
Gli inserti sono tratti da:
A. Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella Chiesa di Ferrara-Comacchio; vicende, scritti e figure, Reggio Emilia, Diabasis 2004, p. 155.

lunedì 1 ottobre 2018

Gesuiti a Ferrara, la mostra bibliografica del 1998


Esattamente vent'anni fa, dal 15 ottobre al 31 dicembre 1998, presso la sala Ariosto della Biblioteca Comunale Ariostea si tenne la mostra bibliografica I Gesuiti e i loro libri a Ferrara - frontespizi figurati del Seicento, curata da Giuseppe Muscardini e Luigi Pepe. In concomitanza uscì un volumetto prezioso, omonimo, contenente i saggi di Alessandra Chiappini, Giuseppe Muscardini, Giacomo Savioli, Maurizio Villani. Luigi Pepe curò anche questa pubblicazione.
Leggiamo insieme un breve brano dall'intervento del curatore.

"La presenza dei gesuiti a Ferrara si intreccia più volte con la grande storia dai primi fermenti della riforma cattolica che videro il passaggio a Ferrara di Ignazio e la presenza dei suoi compagni Rodriguez e Jay in città, protetti da Vittoria Colonna, agli interventi di Ercole II a favore della nascente Compagnia, alla forzata conversione di Renata di Francia ottenuta da Pelletier, alle vicende della Devoluzione e dell'interdetto di Venezia che portarono a Ferrara Bellarmino e Possevino, allo straordinario fiorire della scienza nel Seicento per merito dei ferraresi Cabeo, Riccioli e Bartoli, ai rifugiati ex-gesuiti a Ferrara (Zorzi, Andres, Monteiro) e al progetto di Enciclopedia Italiana.
Ignazio di Loyola (Iñigo Lopez de Loyola, nato nel 1491 nei Paesi Baschi) fondatore della Compagnia di Gesù, santo per la Chiesa Cattolica dal 1622, era stato un cadetto nobile senza risorse cresciuto con poca istruzione alla corte spagnola. Nel 1521 partecipò alla difesa di Pamplona, rimanendo gravemente ferito. Nella lunga convalescienza ebbe una crisi spirituale e cominciò a professare con fervore la religione. Uno dei suoi primi atti dopo la conversione fu un avventuroso viaggio in Terrasanta (1522) di ritorno dal quale Ignazio passò anche per Ferrara nel 1524."
-continua-

La pubblicazione fa parte del fondo locale ed è consultabile in biblioteca

giovedì 27 settembre 2018

Sulla corte di Renata

(immagine tratta dal sito Il professore, che ringraziamo)

Proponiamo oggi un breve brano tratto dal contributo di Chiara Franceschini La corte di Renata di Francia (1528-1560), pubblicato all'interno del volume 6 della prestigiosa Storia di Ferrara pubblicata nel 2000 per i tipi di Corbo editore.
"Dall'inizio alla fine del periodo in cui Renata di Valois, figlia di Luigi XII e di Anna di Bretagna, visse a Ferrara, e cioè dal 1528 al 1560, il complesso di familiari e servitori al suo servizio fu costantemente all'origine di squilibri e tensioni interne alla Casa d'Este, che si ripercossero sui rapporti diplomatici tra il Ducato e la Corona francese. Appare dunque opportuno chiedersi perchè la maison della duchessa fosse al centro di tanti contrasti. Il compito è facilitato dal fatto che la più ricca e meno scandagliata documentazione superstite relativa a Renata di Francia riguarda proprio la sua corte. Mentre, infatti, la corrispondenza personale della duchessa venne per la maggior parte distrutta a Ferrara insieme con i suoi libri perchè troppo compromettente, la quasi totalità dei registri amministrativi della maison è pervenuta fino a noi grazie, con ogni probabilità, a una successione ereditaria matrilineare. Alla morte della duchessa, avvenuta a Montargis nel 1575, i registri restarono presumibilmente alla figlia Anna, che in seconde nozze aveva sposato Jacques de Savoie duca di Nemours, e confluirono verso la metà del Seicento nell'archivio dei Savoia.
Se questa fonte è stata relativamente trascurata, ciò si deve soprattutto al fatto che l'attenzione degli studiosi si è concentrata sulle vicende personali di Renata e sulla questione della sua fede religiosa, assai più che sul contesto istituzionale ecultrale in cui aveva vissuto. Gli argomenti più dibattuti dalla storiografia sono stati la durata e le implicazioni della visita di Calvino a Ferrara, la sincerità del ritorno di Renata al cattolicesimo nel 1554 e la professione di fede al momento della morte, mentre il suo "piccolo circolo di corte", pur riconosciuto come centro importante nella mappa dell'eresia in Italia, è rimasto sempre sullo sfondo".

L'intero articolo è consultabile in biblioteca secondo regolamento.

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...