lunedì 20 settembre 2021

La meditazione nelle parole di Mariasusai Dhavamony

Mariasusai Dhavamony, indiano, è stato professore di Storia delle Religioni e dell'Induismo all'Università Gregoriana. Autore di innumerevoli pubblicazioni, si occupò di spiritualità indù, di missioni in Oriente, di pluralismo religioso. Leggiamo qualche riga da "La meditazione nell'induismo", suo contributo al volume da lui curato  La meditazione nelle grandi religioni, Assisi, Cittadella 1989:

«La meditazione, in quanto esercizio spirituale e pratica religiosa, ha una lunga tradizione nell'induismo. Nel contesto indù, la meditazione non significa semplicemente riflessione o considerazione, o un pensare profondo e continuato, sebbene questi esercizi intellettuali siano compresi specialmente nei gradi iniziali della meditazione. Uno può essere completamente assorto in un problema matematico o filosofico e trovarsi soggettivamente distaccato. La sua attività intellettuale può non avere alcun rapporto con la vita personale e il comportamento. Quando parliamo di meditazione, la intendiamo in senso spirituale ed esistenziale, vale a dire in quanto essa modifica l'esistenza e l'attività personale di chi fa meditazione e in quanto questi diviene gradualmente una cosa sola con la verità che contempla. Per cui la meditazione non è un puro esercizio intellettuale, o l'attività del solo intelletto, come sono la riflessione, la considerazione e il pensare prolungato, ma impegna l'intera persona, tutto il suo essere, e l'aiuta ad attuare la verità su cui fissa la sua mente. [...] L'argomento viene studiato in modo scientifico e rigoroso mediante l'analisi di importanti testi classici dell'induismo. Un simile studio dei testi è necessario non soltanto al fine di ritrarre accuratamente il significato della meditazione indù, ma anche per comprendere l'eredità religiosa dell'India sulla meditazione, non sempre presentata con precisione e obiettività».

La meditazione nell'induismo, sta in: La meditazione nelle grandi religioni, Assisi, Cittadella 1989, pp. 110-111. In biblioteca, di Mariasusai Dhavamony potete trovare anche Inculturazione, ed. San Paolo 2000, e molti articoli dalle riviste Concilium, Civiltà cattolica, Rassegna di teologia e altri ancora. Alla biblioteca si accede per appuntamento, in osservanza delle normative di prevenzione del contagio della malattia da Sars-Cov2.

 

lunedì 30 agosto 2021

John Main

 
(immagine tratta dal sito wccmitalia.org che ringraziamo)

Di John Main si legge abbondantemente nel piacevolissimo blog monachesimoduepuntozero.com, oltre che naturalmente nel sito dedicato alla meditazione cristiana. In tempi recenti Lorella Fracassa, forse la più competente studiosa italiana del monaco benedettino, è tornata ad occuparsene: l'aveva fatto nel 2014 con On the road con Maria, ci ritorna in questo 2021 con A caccia della lepre, ed. Lindau.
Nella nostra biblioteca abbiamo trovato un utile libretto, Imparare a meditare nella tradizione cristiana, edito da Berti, Piacenza 2005, che raccoglie le Conferenze al Getsemani di Main e La pratica quotidiana di Laurence Freeman.
Leggiamo qualche traccia dall'Introduzione:

«L'interesse e l'utilità di questo libro, comprovata in oltre venti anni, illustra la convinzione di John Main secondo la quale esiste un'unica essenziale vocazione cristiana. Essa consiste in una chiamata ad un radicale discepolato: a compiere in sé una totale conversione autotrascendente verso lo Spirito nel nostro cuore. Meditare da cristiani, nella visione di John Main, è semplicemente vivere fino in fondo la pienezza del discepolato cristiano nella profondità del nostro essere: rinnegare se stessi per seguire il maestro nel suo ritorno auto-trascendente verso il Padre. Per fare questo occorre che ci spostiamo dalla mente al cuore, dal credo intellettuale alla fede sentita con il cuore. La meditazione ci inizia a questo movimento di approfondimento della coscienza, guidandoci verso quel che John Main definiva "esperienza". La tradizione è il contesto di radicamento vivificante per il dispiegarsi di questa personale esperienza»

giovedì 29 luglio 2021

Charles de Foucauld nelle parole di Antoine Chatelard

 



«I primi quindici anni della vita di Charles de Foucauld, secondo la sua stessa testimonianza, trascorrono in una famiglia credente e praticante. Di solito, questo periodo della sua infanzia è descritto come un tempo caretterizzato dall'infelità. Ma non è affatto questo il ricordo che Charles de Foucauld ha conservato dei suoi primi anni: per lui infatti erano stati il tempo della felicità. E tuttavia, quando ha soltanto sei anni, perde in poco tempo, uno dopo l'altro, entrambi i genitori: prima la madre, e quindi il padre, che non ha quasi conosciuto visto che era affetto da una malattia che lo teneva da tempo lontano dalla famiglia. Se è vero che quasi mai parla di lui, egli conserva invece un vivo ricordo della madre che considera una santa. Ma Charles serberà soprattutto il ricordo del nonno, il colonnello de Morlet, che ha preso presso di sé Charles e sua sorella minore Marie. Più avanti leggeremo, a riprova di questa affermazione, ciò che più tardi scriverà al momento della morte di quest'ultima. Senza gli affetti di una tale educazione giudicata da alcuni troppo lassista, sarebbe stato possibile a Charles diventare quell'uomo libero che ha suscitato l'ammirazione di tutta una generazione?
Un altro ricordo d'infanzia che lo segna è la guerra del 1870, che fu per lui, come per molti francesi - specie per gli abitanti dell'Alsazia e della Lorena - un tempo di esilio. Quando Charles ha dodici anni, la sua famiglia è costretta a lasciare Strasburgo e a rifugiarsi per quanche tempo nella parte occidentale della Francia, e poi in Svizzera. Le sue lettere del periodo, indirizzate a un cugino, palesano tutto ciò che poteva rappresentare per un bambino questo periodo di guerra e di umiliazione. Tutto ciò va attentamente ricordato - anche se non ha in questo momento una importanza primaria - perchè la sua vita giungerà al suo epilogo durante un'altra guerra.
Tra i ricordi felici, Charles annovera il giorno del diciannovesimo compleanno di questa cugina a lui così cara: in quel momento egli ha undici anni, e la considera già come sua confidente e come una seconda madre, dato che lui e la sorella passavano le vacanze in Normandia presso la famiglia Moitessier dove si ritrovavano con le cugine Marie e Catherine. Lo scambio epistolare tra Marie e Charles incomincia allora».
Antoine ChatelardCharles de Foucauld verso Tamanrasset, Bose, edizioni Qiqajon 2002

venerdì 23 luglio 2021

Oddone di Meung e le Virtù delle erbe

 

(immagine tratta dal sito Summa gallicana che ringraziamo)
Ben poco si sa su Oddone (o Odone) di Meung, se non che visse in Francia, forse nella zona della Loira, nella prima metà del Mille. Il suo De viribus herbarum carmen è il primo trattato di botanica dato alle stampe: venne infatti pubblicato a Napoli il 9 maggio 1477 da Arnaldo da Bruxelles sotto l'attribuzione Macer Floridus, pseudonimo dello stesso Oddone. Il testo in esametri descrive le proprietà medicinali di 77 erbe, mostrando la conoscenza di Plinio, Galeno, Dioscoride, Ippocrate. È proposto in traduzione italiana da Città Nuova, nella collana Fonti medievali per il nuovo millennio. Leggiamo insieme cosa dice della lattuga:

La Lattuga ha forte proprietà fredda e umida, se masticata può quindi alleviare calori eccessivi, e sarà ugualmente d'aiuto applicandola ben tritata; è utile allo stomaco, favorisce il sonno, ha effetto lassativo: tutti casi in cui giova maggiormente se consumata cotta; cura lo stomaco, se si mangia preferibilmente senza lavarla. Il seme di Lattuga fa svanire i sogni fallaci, e bevuto col vino reprime anche la diarrea; presa sovente, dà latte in abbondanza alla nutrice. Come sostengono alcuni, chi troppo spesso usa cibarsene subisce un oscuramento della vista.

Interessante pure il paragrafo dedicato alla rucola:

Dicono che la Rucola abbia modesta proprietà calorifica, non certamente secca. Mangiarne facilita la digestione e, masticata o ingerita, ha effetto diuretico. È utile se masticata dai bambini: fa andar via la tosse; unita a miele, purifica dalle macchie la pelle, sostengono, e libera il viso dalle lentiggini. La sua  radice previamente lessata, tritata e applicata sulle ossa spezzate ne estrae i frammenti. Se si prende col vino il suo seme tritato, è opinione assodata che curi qualsiasi morso velenoso. Spalmata con fiele di bue puriifca la pelle dalle macchie scure. Quel che dirò è stupefacente: bevuta in abbondanza col vino, affermano che renda insensibili ai colpi di verga. Se ai condimenti il cuoco aggiungerà l'erba od il seme di essa, si dice che ne renda gradevole il gusto: per questo i Greci chiamano la Rucola Euzomon, poiché il suo succo ha un buon sapore. Masticata o ingerita, è alquanto afrodisiaca, come confermano ugualmente i medici e, più numerosi, i poeti. Mangiata con la lattuga, quest'erba è salutare; infatti il caldo misto al freddo dà un giusto equilibrio.

venerdì 16 luglio 2021

Gualtiero Medri, "La chiesa e il convento delle Carmelitane Scalze"

 
(foto tratta dal sito dell'Arcidiocesi che ringraziamo)

Si celebra oggi, 16 luglio, la Madonna del Carmine - il titolo sotto il quale viene venerata è, correttamente, Nostra Signora del Monte Carmelo.
Il monte Carmelo, Kerem-el, letteralmente «Vigna di Dio», è considerato uno dei luoghi più belli della Palestina, e si trova nell'alta Galilea, a pochi chilometri da Nazareth.
A Ferrara il culto della Madonna del Carmine era celebrato nella chiesa di San Paolo, ne abbiamo parlato qui, nella chiesa di San Girolamo, pure sede dei carmelitani scalzi, oggi chiusa al culto per restauri, e nella chiesa di Santa Teresa Trasverberata, sede del convento delle Carmelitane Scalze.
Proprio su quest'ultima portiamo oggi la nostra attenzione, leggendo insieme qualche parola tratta dalla descrizione di Gualtiero Medri in Chiese di Ferrara nella cerchia antica, Bologna, Mignani 1967.

«Nel breve piazzaletto in angolo tra la Via Brasavola e Via Borgo Vado domina la Cesa dil Tarsìn, la chiesa delle Teresine, cioè la Chiesa delle Carmelitane scalze del Monastero di Santa Teresa Trasverberata la cui semplice facciata di pure linee classiche è dominata dall'alto tiburio in cui s'inarca la luminosa cupola. La Chiesa sorse su disegno di Gaetano Barbieri Architetto del Comune al quale accenna Giorgio Padovani nella sua insigne opera sugli Architetti Ferraresi.
[...]
Il monastero di Santa Teresa Transverberata delle Carmelitane Scalze ebbe il suo inizio nel 1739 per opera dei Padri Carmelitani che fin dal 1671 si erano stabiliti nella Chiesa e Convento di San Girolamo. A detti RR. Padri la sig.ra Bruschi Bentivoglio aveva fin dal 1671 fatto legale cessione di una sua casa per l'erezione di un Monastero di Carmelitane Scalze. È probabile, per quanto non vi siano documenti che l'attestino, che fosse questa la casa situata in Via Borgo Vado, tra il convento di Santa Maria in Vado e quello di S. Agostino, in cui nel 1739 si raccolsero a vita comune le prime cinque pietre fondamentali nel nuovo Monastero. Le pie donne vissero in un primo tempo in forma di Terziarie sotto la guida dei Padri Carmelitani Scalzi. Risulta però dalle cronache del Monastero che nel Novembre 1741 esse vestirono l'abito carmelitano e la fondazione venne regolarmente stabilita».

giovedì 8 luglio 2021

Straordinaria modernità di Ivan Illich (1926-2002)

 

È impresa ardua tentare di descrivere l'eccezionale attualità di Ivan Illich nelle poche righe di testo cui abbiamo abituato i lettori. Basta dare un'occhiata anche cursoria ai titoli delle sue opere per coglierne il ruolo di anticipatore di problematiche ancora oggi di primaria importanza. Al 1973 datano ad esempio Energia ed equità, conosciuto anche con il sottotitolo Elogio della bicicletta, e La convivialità, nel quale teorizza la società conviviale come antidoto alla frustrazione causata dalla società industriale.
Straordiariamente attuale Nemesi medica, uscito nel lontano 1976, in cui già il filosofo austriaco metteva sotto accusa i processi di medicalizzazione del disagio. Alla luce del biennio appena trascorso se ne apprezzano la dimensione profetica e la fenomenale lungimiranza.
Ancora, nella corsa ad uno sviluppo privo di regole intravide le radici di quella creazione di "bisogni di base" che avrebbero generato nell'umanità la dipendenza dai beni materiali ed il conseguente squilibrio tra possessori e non (Per una storia dei bisogni, 1977).
Nel 1984 uscì Genere. Per una critica storica dell'uguaglianza, dove già abbozzando la distinzione tra sesso e genere metteva sotto la lente d'ingrandimento la percezione del corpo e le sue relazioni col mondo.
Ma lo scrittore, storico, pedagogista, filosofo fu in verità anche teologo, ed è ovviamente in questa veste che lo incontriamo qui. Curò infatti la voce Ugo di San Vittore all'interno della raccolta La lectio divina nella vita religiosa, uscita nel 1994 per i tipi di Qiqajon. Ne leggiamo un breve passo:

«Per il monaco, come per il retore classico o per il sofista, la lettura coinvolge tutto il corpo. Tuttavia essa, in ambito monastico, non è un'attività bensì un modo di vivere. Quale che sia il lavoro che si svolge, conformemente alla regola del monastero, vige la lettura continua. Questa regola, instaurata da Benedetto, divide la giornata in due attività giudicate d'eguale importanza: ora et labora, prega e lavora. Sette volte al giorno, la piccola comunità del monastero ideale si riunisce in chiesa. I monaci ascoltano le letture cantate con un tono che resta quasi sempre lo stesso, con alcune inflessioni rigorosamente determinate per sottolineare le domande, il discorso diretto  o la fine d'una pericope, e cantano i salmi. Nel tempo che intercorre, quando il monaco commercia o lavora, baratta o cesella, la recitazione in comune si trasforma in un brusio in cui ognuno cita i versetti che preferisce. Questi versetti sono il sentiero percorso nel suo pellegrinare verso il cielo, quando prega così come quando lavora. La lettura impregna i suoi giorni e le sue notti».

martedì 22 giugno 2021

Marco Vannini, "Henri Le Saux in dialogo con la mistica renano-fiamminga"



(Jules Monchanin e Henri Le Saux, foto tratta dal sito Dialogue interreligieux monastique che ringraziamo)

«Il rapporto tra Le Saux e la mistica cosiddetta renano-fiamminga è ben noto. In particolare è stato oggetto di diversi studi il rapporto tra il benedettino francese e Meister Eckhart - cui qui ci limitiamo, per brevità. Ricordiamo innanzitutto le numerose pagine che al tema dedica Marguerite Marie-Davy nel suo Henri Le Saux - Abhishiktananda. Le passeur entre deux rives. Potremmo poi citare lo studio del benedettino dom André Gozier, Un eveilleur spirituel. Henri Le Saux, che ha un capitolo dal titolo "Le Saux et Eckhart", e anche altri titoli.
Sta di fatto comunque che Le Saux aveva letto Eckhart, per quanto lo permettevano le edizioni delle sue opere allora disponibili, e lo cita più volte. Ci limiteremo qui a toccare solo alcuni punti essenziali della vicinanza tra i due monaci, il domenicano tedesco e il benedettino francese, lontani nel tempo e nello spazio ma assolutamente prossimi spiritualmente.
La ricerca di Le Saux è, come per Eckhart, agostinianamente la ricerca di Dio e dell'anima - anzi secondo il precetto del Dio di Delfi, è ricerca prima dell'anima e poi di Dio: "Conosci te stesso, e poi conoscerai te stesso e Dio". Perciò scrive:

"Il primo compito dell'uomo è rientrare all'interno e incontrare se stesso. Chi non ha incontrato se stesso come potrà incontrare Dio? Non si incontra il sé indipendentemente da Dio. Non si incontra Dio indipendentemente dal sé. Finchè non abbiamo incontrato noi stessi nella nudità interiore - una nudità più sconvolgente ancora della nudità esteriore - viviamo in un mondo fabbricato da noi stessi, immaginato dalla nostra mente. Noi, il mondo e Dio non siamo che sogni che si sognano, e non la realtà. Chi non si è visto nudo, crederà che tutti siano venuti al mondo con le mutande e con un paio di calzini. Il Dio adorato da uno che non ha incontrato se stesso nudo, è un idolo".

La nudità è un'immagine classica nella storia della spiritualità. Nudo equivale a essenziale, privo di sovrastrutture. Per trovare l'essenza bisogna spogliarsi di tutto ciò che è accidentale, sovrammesso: occorre perciò la plotiniana afairesis, il toglier via, il distacco.
Riflettendo sulla caratteristica principale del samnyasin, ovvero del monaco della tradizione indù, Le Saux nota perciò:

"Anche questo è essenziale al monaco indù. Il non io, non mio per essere genuino deve andare così lontano. Sprofondare in me, nel più profondo di me stesso. Dimenticare il mio io, perdermi nell'io dell'Atman divino che è all'origine del mio essere. E, in questo unico e primordiale Io, sentirmi tutti gli esseri. È da qui che hanno origine non-violenza, compassione, eccetera"».

L'articolo è tratto da "Rivista di Ascetica e Mistica" n. 2/2013, contenente gli Atti del Convegno tenuto a Camaldoli dal 22 al 24 ottobre 2010 a cura di Paolo Trianni, Marco Vannini, dal titolo Nella caverna del cuore. L'itinerario mistico di Henri Le Saux in India. Il pdf della rivista si può richiedere a don Andrea Zerbini, biblioteca del CEDOC di Santa Francesca Romana, all'indirizzo mail andzerbini1953@gmail.com

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...