giovedì 20 settembre 2018

Uno studio sulla Ferrara medievale


Nel 1995 per i tipi Grafis di Casalecchio di Reno uscì un'importante raccolta di studi sulla topografia medievale della città, patrocinata da Comune di Ferrara - Assessorato alla Cultura - Musei Civici di Arte Antica, e curata da Anna Maria Visser Travagli. Il titolo è Ferrara nel medioevo. Topografia storica e archeologia urbana, e in allegato riporta la carta archeologica della città, straordinario documento che illustra le successive fasi di accrescimento della cinta urbana.
All'inizio del volume, la curatrice illustra il progetto:
"Ferrara è nota soprattutto come centro di cultura rinascimentale, dove nel XV e XVI secolo è fiorita una originale scuola pittorica e una straordinaria produzione letteraria e musicale. La forma urbana è stata celebrata come modello di pianificazione razionale e moderna, con la grande Addizione voluta dal duca Ercole I d'Este nel 1492, attraversata da ampie strade rettilinee, alle quali fanno corona i palazzi nobiliari, sullo sfondo dell'imponente cerchia muraria.
Ma l'originalità e la grandezza di Ferrara si deve alla compresenza del nucleo medievale, accanto al nucleo rinascimentale, alla loro saldatura, che rende vitale tutto l'aggregato urbano. La fortuna critica della città rinascimentale è stata sancita dal Burckhardt, che l'ha definita la prima città moderna d'Europa, da Adolfo Venturi, che nell'esaminare l'architettura ferrarese intravede anche l'originalità del disegno urbanistico della città e soprattutto dall'analisi acuta e penetrante del linguaggio urbanistico di Biagio Rossetti, l'artefice dell'Addizione Erculea, magistralmente interpretato da Bruno Zevi.
Ma tutto questo ha fatalmente contribuito a lasciare in ombra la città medievale, con tutto il suo patrimonio di percorsi, di piazze, di spazi, di edilizia abitativa. Anche il meccanismo di accrescimento della città individuale nelle «addizioni» ha fatto sbrigativamente sentire la città medievale come preludio e preparazione del dispiegarsi della città rinascimentale, appiattendo su uno sfondo indistinto tutto il lavorio, le trasformazioni e gli interventi che hanno portato al costituirsi di quell'organismo altrettanto mirabile e importante che è la città medievale".

Il volume e la preziosa carta topografica sono consultabili in biblioteca, alle norme di regolamento

martedì 18 settembre 2018

Uno scrigno prezioso nel centro di Ferrara

(foto tratta da Wikipedia)

Kylix è un termine greco per indicare la "coppa da vino", un manufatto in ceramica di uso voluttuario, particolarmente diffuso nei corredi nuziali. Il termine è traducibile in italiano con "tazza". Quella riprodotta in foto è visibile al Museo Archeologico Nazionale di Spina, ed è opera del Pittore di Pentesilea. Peraltro, non è l'unico reperto attribuito a questo autore visibile nella collezione museale; leggiamo da un contributo di Laura Paoli:
"A Spina, il pittore di Pentesilea è presente, secondo Beazley, con sei opere provenienti rispettivamente dalle tombe 308, 433, e 961 di Valle Trebba e 5B, 212B, 18C di Valle Pega. Le forme vascolari su cui sono dipinte le scene raffigurate da questo pittore sono, in ordine di appartenenta alle tombe sopra elencate, un kantharos, una kylix, uno skyphos per la necropoli di Valle Trebba e tre kylikes per quella di Valle Pega. Se poco conosciuti sono i vasi appartenente alle prime tre sepolture, al contrario noti e studiati quelli provenienti da Valle Pega".

Laura Paoli fu relatrice al convegno ferrarese del 15 ottobre 1992, dal titolo "Studi sulla necropoli di Spina in Valle Trebba"; il suo intervento, Il pittore di Pentesilea nella necropoli di Spina, è contenuto nel volume degli Atti pubblicati a cura dell'Accademia delle Scienze, ed è consultabile in Biblioteca alle norme di regolamento.

martedì 11 settembre 2018

Giornata diocesana del laicato



Sabato 29 settembre p.v. presso la Città del Ragazzo si svolgerà la Giornata diocesana del laicato relativa all'anno pastorale 2018-2019. Avrà per tema la condivisione: è annunciata infatti dalla pericope di Giovanni 17:21 "Perchè tutti siano una cosa sola".
A questo link potete leggere il programma completo. Al termine dell'incontro, seguirà cena comunitaria.

lunedì 10 settembre 2018

Alle origini della "cattiva fama" di Lucrezia Borgia

(Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di santa Caterina di Pinturicchio)
immagine tratta da Wikipedia, ad vocem

Comporre un mosaico di notizie "veritiere" circa Lucrezia Borgia risulta particolarmente difficile. I problemi storiografici sono di varia natura, su tutti ovviamente la necessaria riabilitazione della sua figura dal mito romantico della cattiva fama.
Fino a circa un secolo fa, l'alone di malvagità e corruzione che circondava la famiglia Borgia sottintendeva che anche Lucrezia vi fosse strettamente connessa. Di questa fama, Guicciardini era certamente tra i capostipiti, ma fu la letteratura romantica a perfezionare il ritratto riprovevole che tutti conosciamo. La veste "letteraria" è di Victor Hugo che nel 1833 ne fece la protagonista di una tragedia greca; la trasposizione operistica fu di Donizetti. A metà dello stesso secolo il capolavoro di Jacob Burkhardt La cultura del Rinascimento in Italia consacrava anche sul piano storico la "leggenda nera" dei Borgia.
La prima autorevole biografia su Lucrezia si deve allo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, autore di una monumentale Storia di Roma nel medioevo. Nonostante la sua imponente documentazione privilegiasse il periodo romano della figlia di Alessandro VI, egli iniziò a portare alla luce la vicenda biografica separando le dicerie dagli episodi accertati, ed inaugurando così la classificazione dicotomica in cui vennero da allora posti tutti gli studiosi di Lucrezia, divisi tra innocentisti e colpevolisti, con effetti anche paradossi per cui ad esempio lui protestante era innocentista mentre il cattolicissimo von Pastor colpevolista.
Solo nel 1901 lo storico inglese Robert Davidsohn analizzando un codice della biblioteca nazionale di Firenze scoprì che Lucrezia aveva assunto l'abito di terziaria francescana ed era stata sepolta con quella veste. Alla religione della duchessa nessun rilievo particolare continuò ad esser dato per lungo tempo, finchè nel 1981 un importante saggio di Antonio Samaritani, v. nota 1, poneva specificamente il problema riesaminando la corrispondenza mantovana della duchessa, i rapporti con i confessori e i monasteri, la vita devota condotta a corte.
Contributo documentario per un profilo spirituale e religioso di Lucrezia Borgia nella Ferrara degli anni 1502-1519, in: Analecta Tertii Ordinis Regularis (ATOR) 14, 1981 
-segue-

giovedì 30 agosto 2018

Ancora sulla peste a Ferrara

(immagini tratte da Wikipedia)

Abbiamo già avuto modo di fornire indicazioni bibliografiche circa le epidemie di peste a Ferrara, segnatamente qui, per quanto riguarda il Quattrocento, e qui sull'epidemia del 1528.
Ma pure la cosiddetta "peste manzoniana" del 1630 fu "attenzionata" dalle istituzioni cittadine. Ne parla Michele Bianco nell'articolo La peste del 1630 nel Ferrarese
"Il 3 novembre 1629 fu pubblicato a Ferrara il primo dei bandi atti a prevenire il propagarsi della peste tra le popolazioni sottoposte all'autorità legatizia; il morbo - la peste di manzoniana memoria - aveva già dato notizia di sè e il bando in questione avvisava, per l'appunto, della sua sicura presenza nel territorio di Lecco, nella Valle di Madrera e in «Luoghi Oltremontani». La storia degli avvenimenti, del susseguirsi d'apprensioni, sospetti di contagio, contagio effettivo, provvedimenti e di ogni altra cosa degna d'interesse fu raccontata, per quanto riguarda Ferrara e la sua Legazione, in un libretto di poche decine di pagine, edito poco tempo appresso quegli avvenimenti, con il titolo di Memorie di quanto s'è fatto per preservazione dalla Peste di Ferrara; lo scopo del libretto, poi ristampato in edizione successiva, altro non era se non quello, lodevole, di rinnovare nella memoria delle generazioni che sarebbero seguite la totalità dei provvedimenti politici, sociali, igienici, sanitari e religiosi che si ritennero aver preservato Ferrara dalla pestilenza che in altre città del settentrione e centro Italia mieté in quell'occasione numerose vittime.


La storia e successiva cronachistica ferrarese su questo argomento è sicuramente debitrice di questa essenziale ma non esclusiva fonte; altri documenti parlano più o meno diffusamente di quei tre anni 1620, 1630, 1631 in cui la peste fece altrove strage. Questo studio è il frutto dell'esame della corrispondenza, inviata da parroci, curati, economi, medici o altri soggetti ancora, che nel corso di alcuni mesi pervenne alla cancelleria del vescovo Magalotti in seguito a sue disposizioni. La finalità prima di questa corrispondenza era essenzialmente di ordine pastorale, ma ciò che ora se ne può ricavare è una documentazione articolata e e variegata, se non anche esatta e puntuale, di ciò che andava accadendo in quei mesi così drammatici". 

L'articolo il questione è contenuto nel n. 15/1990 di Analecta Pomposiana alle pp. 137-143, ed è consultabile in biblioteca alle norme di regolamento.

martedì 28 agosto 2018

Forma fidei


Nel 2005 il Seminario pubblica il quarto volume della collana La Chiesa di Ferrara-Comacchio tra spirito e arte. Il testo, curato dalla prof.ssa Chiara Toschi Cavaliere, ha per titolo Forma fidei. Tracce per una storia dell'arredo sacro e degli apparati liturgici nella Chiesa di Ferrara-Comacchio.
La casa editrice è ancora Diabasis di Reggio Emilia, numerose le prefazioni: ben due vescovi - il volume uscì proprio nei mesi del "cambio della guardia" tra S.Em. il Card. Carlo Caffarra, vescovo uscente in partenza per Bologna, e mons. Paolo Rabitti che arrivava dalla diocesi di San Marino-Montefeltro; l'allora rettore Patrizio Bianchi, i curatori del progetto editoriale Ranieri Varese e Antonio Samaritani, l'economo del Seminario mons. Bisarello.
Ne proponiamo un breve brano, concernente la chiesa delle origini nelle nostre terre.

"Le prime tracce del Sacro sul territorio corrispondono alla fondazione da parte della Chiesa ravennate della basilica e del monastero di Santa Maria in Padovetere (519-521) mentre si crea il primo nucleo paleocristiano tra il mare e il Volano nei pressi della futura Pomposa, anche se la costituzione di una nuova diocesi suffraganea a Voghenza, attestata da Pier Crisologo, risale al 431. Contemporaneamente al sorgere di castra esarcali come Comacchio, Argenta e Ferrara, tra il VI e il VII secolo, crescono i monasteri di Sant'Alberto - tra Ferrara e Ravenna -, di Cella Volana e, appunto, di Pomposa.
I luoghi sacri delle diocesi di Comacchio, di Voghenza prima e di Ferrara poi, sono in gran parte definiti solo dalle dedicazioni santorali, si trattasse di chiese pievali o monastiche: San Mauro e San Cassiano; Santa Maria, San Giorgio, San Martino, Santo Stefano, San Donato, San Salvatore, Santi Gervasio e Protasio, San Michele, San Pietro, San Vitale, San Bartolo.
Nella penuria di testimonianze locali, al di là dei frequenti fenomeni di reimpiego, la coerenza storico-geografica suggerisce di prendere a paragone alcuni fenomeni paralleli, sia in area veneziana che nella zona dell'esarcato ravennate la cui civiltà lasciò una scia duratura lungo la costa adriatica sino all'ampia cesura naturale del delta del Po; fra l'altro gli storici della liturgia indicano un rito ravennate specifico, così come accadeva a Milano e ad Aquileia.
Si suppone, dopo il VI secolo, la diffusa presenza di un altare unico di tipo fisso, lapideo, di sagoma più o meno cubica e di piccole dimensioni, che corrisponde a una posizione del celebrante rivolto ad oriente secondo le abitudini bizantine"

Il volume è consultabile presso la nostra sede in via Fabbri 410, alle condizioni di regolamento.

venerdì 24 agosto 2018

La città di Alcina


Muovendo le ricerche tra idrografia e archeologia dei territori del delta, un bel saggio di Francesco Ceccarelli ripercorre la storia dei cambiamenti morfologici nei territori bassopadani, e insieme dà conto dei tentativi compiuti dalla corte estense di disciplinarli.
"Tra i tanti progetti di regolata crescita dei centri che si sviluppano nelle vicinanze del Po, alcuni risultano ampiamente noti e celebrati, come nel caso esemplare di Sabbioneta, altri emergono solo a stento dagli orizzonti di una storiografia locale di breve respiro, che rischia di sottostimarne il valore e sminuirne la portata. Questo vale anche nel caso delle «novità» architettoniche promosse da Alfonso II d'Este nel ducato di Ferrara, dove il Po si ramifica in delta, e che costituiscono l'oggetto della mia ricerca. Al centro di questo libro è infatti un'idea di città estense e l'analisi del tentativo, solo parzialmente riuscito, di metterla in atto. È la storia di un enorme recinto di «muraglia» e di un palazzo ducale costruito su di un'isola alle foci del fiume e ai confini dello stato, in prossimità di due porti marittimi molto animati e capaci; ma è anche l'analisi di una strategia di sviluppo urbano che ruota attorno a questi dispositivi, ideati allo scopo di padroneggiare i traffici con l'entroterra e di stabilire un nuovo centro di coordinamento territoriale sul continente padano. L'importanza di questo cantiere davvero singolare non era sfuggita ad alcuni attenti osservatori. Ne parla il Tasso, lasciando intravedere le fondamenta di una costruzione molto particolare e l'impalcatura di un teatro di finzioni, mentre alcuni dispacci spionistici di parte veneziana mettono concretamente in luce la portata di un progetto eversivo, da attuarsi per via di inganni."

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Non manca un riferimento a quell'origine mitica di cui già parlammo in un altro post:
"Del mondo anfibio descritto dagli autori classici resistono soltanto pochi brani risparmiati dai vasti rivolgimenti delle forze naturali e dalle modificazioni operate dall'uomo. Tanto che di inalterabile in questa ininterrotta catena di «trasmutazioni» scaturite dalla materia fluviale, pare resistere solo il mito delle origini, riconducibile al racconto di Ovidio dove si narra la storia di Fetonte sbalestrato dal cocchio paterno e inabissatosi nelle acque dell'Heridano. Nell'episodio delle Metamorfosi furono infatti le lacrime versate dalle pietose ninfe Eliadi a prendere dapprima forme vegetali, e quindi tettoniche, trasformandosi infine nelle isole Elettridi"

F. Ceccarelli, La città di Alcina. Architettura e politica alle foci del Po nel tardo Cinquecento,  Bologna, Il Mulino 1998
consultabile in biblioteca alle norme di regolamento

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...