venerdì 16 luglio 2021

Gualtiero Medri, "La chiesa e il convento delle Carmelitane Scalze"

 
(foto tratta dal sito dell'Arcidiocesi che ringraziamo)

Si celebra oggi, 16 luglio, la Madonna del Carmine - il titolo sotto il quale viene venerata è, correttamente, Nostra Signora del Monte Carmelo.
Il monte Carmelo, Kerem-el, letteralmente «Vigna di Dio», è considerato uno dei luoghi più belli della Palestina, e si trova nell'alta Galilea, a pochi chilometri da Nazareth.
A Ferrara il culto della Madonna del Carmine era celebrato nella chiesa di San Paolo, ne abbiamo parlato qui, nella chiesa di San Girolamo, pure sede dei carmelitani scalzi, oggi chiusa al culto per restauri, e nella chiesa di Santa Teresa Trasverberata, sede del convento delle Carmelitane Scalze.
Proprio su quest'ultima portiamo oggi la nostra attenzione, leggendo insieme qualche parola tratta dalla descrizione di Gualtiero Medri in Chiese di Ferrara nella cerchia antica, Bologna, Mignani 1967.

«Nel breve piazzaletto in angolo tra la Via Brasavola e Via Borgo Vado domina la Cesa dil Tarsìn, la chiesa delle Teresine, cioè la Chiesa delle Carmelitane scalze del Monastero di Santa Teresa Trasverberata la cui semplice facciata di pure linee classiche è dominata dall'alto tiburio in cui s'inarca la luminosa cupola. La Chiesa sorse su disegno di Gaetano Barbieri Architetto del Comune al quale accenna Giorgio Padovani nella sua insigne opera sugli Architetti Ferraresi.
[...]
Il monastero di Santa Teresa Transverberata delle Carmelitane Scalze ebbe il suo inizio nel 1739 per opera dei Padri Carmelitani che fin dal 1671 si erano stabiliti nella Chiesa e Convento di San Girolamo. A detti RR. Padri la sig.ra Bruschi Bentivoglio aveva fin dal 1671 fatto legale cessione di una sua casa per l'erezione di un Monastero di Carmelitane Scalze. È probabile, per quanto non vi siano documenti che l'attestino, che fosse questa la casa situata in Via Borgo Vado, tra il convento di Santa Maria in Vado e quello di S. Agostino, in cui nel 1739 si raccolsero a vita comune le prime cinque pietre fondamentali nel nuovo Monastero. Le pie donne vissero in un primo tempo in forma di Terziarie sotto la guida dei Padri Carmelitani Scalzi. Risulta però dalle cronache del Monastero che nel Novembre 1741 esse vestirono l'abito carmelitano e la fondazione venne regolarmente stabilita».

giovedì 8 luglio 2021

Straordinaria modernità di Ivan Illich (1926-2002)

 

È impresa ardua tentare di descrivere l'eccezionale attualità di Ivan Illich nelle poche righe di testo cui abbiamo abituato i lettori. Basta dare un'occhiata anche cursoria ai titoli delle sue opere per coglierne il ruolo di anticipatore di problematiche ancora oggi di primaria importanza. Al 1973 datano ad esempio Energia ed equità, conosciuto anche con il sottotitolo Elogio della bicicletta, e La convivialità, nel quale teorizza la società conviviale come antidoto alla frustrazione causata dalla società industriale.
Straordiariamente attuale Nemesi medica, uscito nel lontano 1976, in cui già il filosofo austriaco metteva sotto accusa i processi di medicalizzazione del disagio. Alla luce del biennio appena trascorso se ne apprezzano la dimensione profetica e la fenomenale lungimiranza.
Ancora, nella corsa ad uno sviluppo privo di regole intravide le radici di quella creazione di "bisogni di base" che avrebbero generato nell'umanità la dipendenza dai beni materiali ed il conseguente squilibrio tra possessori e non (Per una storia dei bisogni, 1977).
Nel 1984 uscì Genere. Per una critica storica dell'uguaglianza, dove già abbozzando la distinzione tra sesso e genere metteva sotto la lente d'ingrandimento la percezione del corpo e le sue relazioni col mondo.
Ma lo scrittore, storico, pedagogista, filosofo fu in verità anche teologo, ed è ovviamente in questa veste che lo incontriamo qui. Curò infatti la voce Ugo di San Vittore all'interno della raccolta La lectio divina nella vita religiosa, uscita nel 1994 per i tipi di Qiqajon. Ne leggiamo un breve passo:

«Per il monaco, come per il retore classico o per il sofista, la lettura coinvolge tutto il corpo. Tuttavia essa, in ambito monastico, non è un'attività bensì un modo di vivere. Quale che sia il lavoro che si svolge, conformemente alla regola del monastero, vige la lettura continua. Questa regola, instaurata da Benedetto, divide la giornata in due attività giudicate d'eguale importanza: ora et labora, prega e lavora. Sette volte al giorno, la piccola comunità del monastero ideale si riunisce in chiesa. I monaci ascoltano le letture cantate con un tono che resta quasi sempre lo stesso, con alcune inflessioni rigorosamente determinate per sottolineare le domande, il discorso diretto  o la fine d'una pericope, e cantano i salmi. Nel tempo che intercorre, quando il monaco commercia o lavora, baratta o cesella, la recitazione in comune si trasforma in un brusio in cui ognuno cita i versetti che preferisce. Questi versetti sono il sentiero percorso nel suo pellegrinare verso il cielo, quando prega così come quando lavora. La lettura impregna i suoi giorni e le sue notti».

martedì 22 giugno 2021

Marco Vannini, "Henri Le Saux in dialogo con la mistica renano-fiamminga"



(Jules Monchanin e Henri Le Saux, foto tratta dal sito Dialogue interreligieux monastique che ringraziamo)

«Il rapporto tra Le Saux e la mistica cosiddetta renano-fiamminga è ben noto. In particolare è stato oggetto di diversi studi il rapporto tra il benedettino francese e Meister Eckhart - cui qui ci limitiamo, per brevità. Ricordiamo innanzitutto le numerose pagine che al tema dedica Marguerite Marie-Davy nel suo Henri Le Saux - Abhishiktananda. Le passeur entre deux rives. Potremmo poi citare lo studio del benedettino dom André Gozier, Un eveilleur spirituel. Henri Le Saux, che ha un capitolo dal titolo "Le Saux et Eckhart", e anche altri titoli.
Sta di fatto comunque che Le Saux aveva letto Eckhart, per quanto lo permettevano le edizioni delle sue opere allora disponibili, e lo cita più volte. Ci limiteremo qui a toccare solo alcuni punti essenziali della vicinanza tra i due monaci, il domenicano tedesco e il benedettino francese, lontani nel tempo e nello spazio ma assolutamente prossimi spiritualmente.
La ricerca di Le Saux è, come per Eckhart, agostinianamente la ricerca di Dio e dell'anima - anzi secondo il precetto del Dio di Delfi, è ricerca prima dell'anima e poi di Dio: "Conosci te stesso, e poi conoscerai te stesso e Dio". Perciò scrive:

"Il primo compito dell'uomo è rientrare all'interno e incontrare se stesso. Chi non ha incontrato se stesso come potrà incontrare Dio? Non si incontra il sé indipendentemente da Dio. Non si incontra Dio indipendentemente dal sé. Finchè non abbiamo incontrato noi stessi nella nudità interiore - una nudità più sconvolgente ancora della nudità esteriore - viviamo in un mondo fabbricato da noi stessi, immaginato dalla nostra mente. Noi, il mondo e Dio non siamo che sogni che si sognano, e non la realtà. Chi non si è visto nudo, crederà che tutti siano venuti al mondo con le mutande e con un paio di calzini. Il Dio adorato da uno che non ha incontrato se stesso nudo, è un idolo".

La nudità è un'immagine classica nella storia della spiritualità. Nudo equivale a essenziale, privo di sovrastrutture. Per trovare l'essenza bisogna spogliarsi di tutto ciò che è accidentale, sovrammesso: occorre perciò la plotiniana afairesis, il toglier via, il distacco.
Riflettendo sulla caratteristica principale del samnyasin, ovvero del monaco della tradizione indù, Le Saux nota perciò:

"Anche questo è essenziale al monaco indù. Il non io, non mio per essere genuino deve andare così lontano. Sprofondare in me, nel più profondo di me stesso. Dimenticare il mio io, perdermi nell'io dell'Atman divino che è all'origine del mio essere. E, in questo unico e primordiale Io, sentirmi tutti gli esseri. È da qui che hanno origine non-violenza, compassione, eccetera"».

L'articolo è tratto da "Rivista di Ascetica e Mistica" n. 2/2013, contenente gli Atti del Convegno tenuto a Camaldoli dal 22 al 24 ottobre 2010 a cura di Paolo Trianni, Marco Vannini, dal titolo Nella caverna del cuore. L'itinerario mistico di Henri Le Saux in India. Il pdf della rivista si può richiedere a don Andrea Zerbini, biblioteca del CEDOC di Santa Francesca Romana, all'indirizzo mail andzerbini1953@gmail.com

lunedì 14 giugno 2021

Stare al margine, Gabriella Caramore

"Uomini e profeti" non è solo il titolo di una fortunata trasmissione di cultura religiosa trasmessa da Rai Radio 3. È pure il titolo di una collana editoriale di Morcelliana, uscita nella prima decade degli anni 2000. La dirigeva Gabriella Caramore, che tra il 1993 e il 2018 condusse l'omonimo programma radiofonico.

Leggiamo un breve passo da La fatica della luce, edito da Morcelliana nel 2008. Poche parole che aprono il primo capitolo, Il luogo fecondo.

«Ho sempre avuto una particolare predilezione per l'idea del confine. Forse questo accade a tutte le persone che non si trovano perfettamente a proprio agio nel mondo e nel tempo stesso in cui vivono, e auspicano che, sempre, vi possa essere una via di fuga, un altro luogo in cui andare, un altro tempo in cui vivere. Forse accade anche - di amare il confine - a chi non si trova a proprio agio nemmeno in se stesso, e può sempre sognare che, in un altro luogo e in un altro tempo, la sua vita potrebbe subire una accelerazione di senso. Ma il confine non  è solo la figura di una via di fuga per sognatori malinconici. È anche un luogo di sfida, una modalità di conoscenza del mondo, di incremento d'essere. Ed è questo, credo, che mi attira di più nell'idea del confine: la sua mobilità, le innumeravoli variazioni di cui è suscettibile. Mutevole come un orizzonte scrutato da punti prospettici ogni volta diversi, la figura del confine ci chiede di essere assiduamente indagata. Tanto più oggi, che i suoi tratti sembrano insistentemente sfuggirci, sotto l'onda di una geografia in movimento che ridisegna di continuo le mappe delle nazioni, delle immense periferie urbane che inghiottono i centri, e dei grandi meccanismi simbolici di inclusione e esclusione in costante smottamento.
Molteplici sono i suoi profili. Il confine può delimitare uno spazio del chiuso, della protezione e del riparo: una casa, una città, una appartenenza. Ma poiché dentro la sicurezza può accadere di soffocare, e di eccesso di tutela si può addirittura morire, può nascere, allora, il desiderio di guardare al di fuori, di sognare un lontano, di assaporare sconfinamenti, immaginare alterità. È vero che al di fuori del guscio difeso si possono profilare minacce, pericoli, agguati. Ma anche nuove ricchezze, ebbrezze mai prima conosciute, bellezze mai prima fantasticate. E non è questo - questo miscuglio di attrazione e spavento - che ci assale quando osiamo sporgerci su ciò che non conosciamo? Non è dalla pulsione a protendersi fuori di sé che sono nate tutte le scoperte, da quelle geografiche a quelle del sapere, o anche a quelle dell'amore? Dal protendersi fuori, ma anche dal lasciarsi penetrare: perchè ogni confine, per quanto solido e stabile, ha sempre un varco attraverso il quale passare, o attraverso il quale qualcuno o qualcosa ci può raggiungere».

Il libro è presente negli scaffali della Biblioteca del Seminario, è accessibile al prestito alle modalità di regolamento.

lunedì 24 maggio 2021

Mariano Ballester SJ è salito al Padre


Il 17 maggio u.s. padre Mariano Ballester, direttore spirituale del Collegio Internazionale del Gesù, è tornato alla dimora eterna. Limpida figura di ricercatore spirituale, aveva fondato la scuola di Meditazione Profonda e Autoconoscenza - MPA. Già avevamo estrapolato un breve brano dal suo Per una preghiera continua, lo si può leggere qui.
Lo ricordiamo ora proponendo la celebrazione del rito esequiale, e rimanendo ancora un po' in compagnia delle sue parole:
«Ogni uomo porta Sion dentro di sé, come un richiamo misterioso, come una sponda lontana o un paradiso primordiale, appena visibile. La portano con sè perfino gli atei e gli agnostici, i politici e i commercianti, gli intellettuali e le casalinghe, proprio tutti. La portiamo anche insieme con il nostro caos interno ed esterno, e mentre ci muoviamo frenetici tra i semafori e i rumori di Babilonia, per le nostre città sovraccariche di splendori di plastica e vizi artisticamente presentati, a un tratto sorge in noi il ricordo della nostra Sion, che ci fa sedere e bramare l'altra lontanissima riva».
Verso l'altra riva, ed. Messaggero, Padova 2015

giovedì 20 maggio 2021

Ricordando padre Lafont

 

Lunedì 10 maggio u.s. si è spento Ghislain Lafont, figura spirituale di primissima grandezza, padre benedettino presso l'abbazia di Saint-Marie de la Pierre-qui-vire in Borgogna. Possiamo leggere qui il bel ritratto che gli ha dedicato l'Avvenire, e di seguito una sua riflessione tratta da La Chiesa: il travaglio delle riforme, edito in Italia da San Paolo nel 2012.

Dov'è la Chiesa oggi?
[...] vorrei dire dove credo di vedere delle tracce di ciò che sarà il volto della Chiesa di domani, almeno spero.
Innanzitutto la cura dei poveri che, a partire da Gesù stesso, è il segno della chiesa. Ma occorre precisare. Esiste una tradizione di carità verso i poveri che è coeva alla nascita della Chiesa, e una tradizione più recente, diciamo da san Vincenzo de' Paoli a Madre Teresa, che conduce i cristiani a socccorrere i poveri in tutte le maniere possibili e necessarie - e un simile impegno sarà sempre indispensabile, in particolare per i bambini, gli ammalati e i moribondi. Ma quello che mi sembra un segno della Chiesa di domani è una ricerca e una pratica un po' diverse, che noto forse nella Comunità di Sant'Egidio, nelle fondazioni nate dalla spiritualità di Charles de Foucauld, nelle comunità di base del terzo mondo, nella maniera in cui, in Francia, il Soccorso cattolico vorrebbe affrontare il suo compito: essere in mezzo ai poveri ed aiutarli ad imparare e badare a se stessi, ad organizzarsi, a divenire delle persone e delle comunità umane responsabili. La carità, qui, compenetra la realtà umana. 
[...]
Vedo la Chiesa anche in numerose comunità, vecchie o nuove, nelle quali si vive l'esperienza del Vangelo. L'Italia è ricca a riguardo: alcune hanno superato le frontiere nazionali, come la Comunità di Sant'Egidio o la Comunità monastica di Bose. Altre sono meno note ma non meno vive. Anche in Francia ne abbiamo: il discernimento non è sempre semplice, ma sono felice di veder diffondersi la spiritualità di sant'Ignazio, in particolare nelle giovani coppie. Tutto ciò indica un bisogno di conoscenza e di accompagnamento spirituale, e ci sono dei veri carismi in questa direzione.
La Chiesa è aperta al dialogo. Mi piace quando lo si fa in una certa uguaglianza, come a Basilea o a Graz, e presto a Sibiu, dove le Chiese cercano insieme delle soluzioni evangeliche ed umane alle sfide del nostro tempo: in mancanza di un'unità istituzionale vi è già un'unità pratica. Sono colpito nel vedere come i giovani cristiani siano aperti all'incontro con altre religioni e altri credenti, più spontaneamente degli anziani. Biaogna probabilmente educare un po' tale spontaneità, ma questa c'è ed è una grande benedizione. Papa Giovanni Paolo II ha contribuito non poco a quest'apertura con il famoso incontro di Assisi.
[...]
Tutti questi elementi che ho ricordato sono degli schizzi, dei tratti della Chiesa di domani, poichè caratterizzano quella di oggi. Bisogna riconoscere - ma vedremo immediatamente che è forse una benedizione - che essi sono poveri, fragili, limitati nello spazio, non sempre molto prudenti, spesso contrastati.
Ma non lo è stato anche Gesù?

martedì 18 maggio 2021

Franco Battiato, 23 marzo 1945-18 maggio 2021

«La vita non è qualcosa che ci scivola addosso, ma un mistero stupefacente, che in noi provoca la poesia»

«Quando a una persona manca quella dimensione poetica, diciamo, quando manca la poesia, la sua anima zoppica»

papa Francesco

Scoperto un nuovo affresco nella chiesa di Sant'Antonio in Polesine, a Ferrara

  Un importante restauro sta avendo luogo presso il convento ferrarese delle Monache Benedettine, sant'Antonio in Polesine . Qui Federic...